Tassonomie effimere

La mia prima pressa per essiccare fiori e foglie l’ho costruita quando avevo nove anni, e da lì in avanti non ho mai smesso di curare il mio erbario, anche se sempre più irregolarmente. Sull’erbario ho imparato a scrivere i nomi comuni delle piante che trovo e, se lo conosco, il corrispettivo nome scientifico secondo la nomenclatura binomiale. Le prime sono state sicuramente la malva, la camomilla e una foglia di tiglio su cui si vede benissimo la macchia di vinavil che ci avevo versato. Non è niente di fancy, anzi: un raccoglitore ad anelli blu su cui mia sorella aveva incollato la scritta “erbario” ritagliandola in una carta plastificata adesiva rosa. L’aveva dovuta scrivere a rovescio sul retro della carta e a me era sembrata fantascienza vedere che poi, incollata, si potesse leggere da sinistra a destra.

Nel 2015 viaggiai per la prima volta fuori dall’Europa, e via Emirati arrivai direttamente all’Equatore prima di andare in Indonesia. A Singapore mi fermai soltanto una notte a casa di amici. Le food courts erano impeccabili, l’umidità era straordinaria così come l’aria condizionata della metro, io ero stravolta e non mi entravano i piedi nelle birkenstock da quanto mi si erano gonfiati in aereo, ed è il primo grande posto dove io sia mai stata. Ma l’effetto di meraviglia che le dimensioni delle piante lungo il tragitto dall’aeroporto al centro mi provocarono è quello che ricordo più distintamente e la cosa che più mi impressionò. Arrivata in Indonesia la cosa che sopra ogni altra sortì su di me l’effetto “Ciao sei in un habitat diverso dal tuo, umano caucasico” fu rendermi conto del fatto che le piante che io conoscevo come piante da interni fossero in questo contesto degli alberi immensi. Come queste felci, che vengono da questo posto qua.

Mi succede ad ogni latitudine, ma in particolare tra i due tropici. Mi si riempiono gli occhi di colori, l’adrenalina sale, e non riesco a trovare una ragione per non rimanere là che non sia la mia paura primermundista di compiere una scelta grande.

Esistono due livelli di riflessione in questa vicenda che mi danno da pensare: la prima è lo straniamento. Proprio come lo straniamento di Brecht, forse solo la natura e nello specifico la flora è in grado di esercitare un effetto così potente su di me. Così come ricordo l’Indonesia nel 2015, ricordo quasi dieci anni prima l’Olanda, quando per la prima volta vidi delle conifere in pianura, cosa che continuava a stupirmi in Germania quando ci abitavo. O le betulle come piante d’arredo urbano a Berlino. Le betulle nella mia memoria visiva si trovano all’orto botanico e gli abeti crescono in montagna.

I riferimenti iconografici urbani che ho a disposizione sono così interiorizzati nella mia persona, e il primo e il secondo e il terzo mondo sono così omogenei in questo, che solo le piante riescono ancora ad attrarre la mia attenzione e a richiedermi concentrazione nell’orientarmi.

La seconda è questa passione un po’ ossessiva per la tassonomia che riscontro in me e altre persone. A giugno dell’anno scorso dentro al Cosmocaixa a Barcellona ho scoperto una cosa meravigliosa e secondo me molto indicativa: una parete intera di foglie di piante di grandi dimensioni essiccate e appese su più livelli ad una parete lungo una grande scala che i visitatori usano per passare da un piano all’altro della zona espositiva. Eccolo:

Là qualcosa ha fatto click e ho realizzato che Taxonomy is everything for the non believers.

Mi si è sgretolata la spinta illuminista della tassonomia in botanica.

Un barocco ansiogeno bisogno di fermare l’effimero è tutto quello che vedo ora in questo interesse: l’erbario di proporzioni enormi è l’eterotopia del tempo, forse, un’altra versione del museo di Foucault legata a circostanze eccezionali, queste, in cui viviamo e per le quali mi sento in obbligo di dover trovare dei motivi irrinunciabili per prendere un aereo e spostarmi di continente.

Foto: una foresta per dinosauri, Alta Verapaz, Guatemala, marzo, 2018.

Metonimie e habitus: lo sguardo

Nel 2004 in una domenica di fine maggio di seconda liceo, ovvero la quarta superiore del classico, andai con tre dei miei migliori amici a Ferrara, quelle tre ore di regionale da Pesaro, per vedere una mostra di Robert Rauschenberg a Palazzo dei Diamanti (questa). La sera precedente eravamo stati ad una festa e poi con uno di loro eravamo stati in spiaggia fino a tardi (sulla fortuna adolescente di avere una spiaggia a portata di mano da aprile a ottobre in un altro momento) e andammo a prendere il treno in condizioni disdicevoli ma molto innamorati.

Rauschenberg era ancora vivo, e noi quell’anno si era in un profondo trip filo artistico e si viaggiava molto per musei e mostre – con uno dei tre ero stata a Venezia a gennaio dello stesso anno a vedere una mostra su Giorgione ed eravamo rimasti ipnotizzati davanti a I tre filosofi per almeno quaranta minuti. Quando lo rividi a Vienna nel 2013 ormai ero diventata abbastanza di pietra da non commuovermi per il ricordo, che non era così vecchio ma apparteneva a persone lontanissime, ma fu comunque strano.

Rauschenberg, dicevo, era ancora vivo nel 2004, e noi qualche mese prima avevamo tenuto un corso sulla pop art a scuola di tre ore che se ci ripenso è una delle cose più belle che io abbia mai fatto: un seminario in cui spaziavamo tra arte figurativa, letteratura e musica dopo aver studiato e studiato per conto nostro come metterlo in piedi per alcune settimane. Eravamo esaltatissimi. La mostra mi commosse, avevo 18 anni ed era tutto molto idillico. Rauschenberg all’epoca era per noi innanzitutto presente, era la coronazione delle nostre aspettative tardo-adolescenti: un maestro della pop art, le cui opere si distinguono per la materialità della pittura, la compresenza di mezzi e codici distinti sulla tela, era là a portata di mano ed era tutto straordinariamente reale. C’era un aspetto ulteriore, però, che ho decifrato solo in questi giorni.

Qualche anno dopo mi concentrai sulla metonimia in linguistica cognitiva. La metonimia è quella figura retorica che si riassume in italiano spesso con “la parte per il tutto”. Quella è in realtà solo una delle forme con cui si esprime linguisticamente la metonimia. In forma più estesa si tratta di un meccanismo che fa sì che ci esprimiamo con riferimenti parziali per riferirci alla totalità, convinti (o nella speranza o anche per evitare) che l’interlocutore ci capisca. Perché la comunicazione sia efficace, il background cognitivo con cui emittente e ricevente scambiano messaggi a contenuto metonimico (e che ne sottinende il significato) deve essere condiviso da entrambi, altrimenti non avviene comunicazione. Se una persona non ha idea del fatto che la Commissione Europea ha sede nella capitale belga, dire “Bruxelles invita i paesi membri a spingere i propri cittadini a fare picnic ogni sabato nei prati limitrofi ai centri città” non ha nessun valore, non tanto grammaticalmente (cosa che ci farebbe avvicinare al Noam Chomsky), ma determinerebbe una comunicazione soltanto parzialmente efficace, destinata a generare dubbi e quesiti.

La metonimia è chiaramente anche uno strumento poetico, e per esteso artistico, e dieci anni fa passare dalla lingua al museo come sistema comunicativo è stato un attimo, per me.

Recentemente, dopo averlo studiato nel 2009 per la prima volta,ho riletto On the Museums Ruins di Douglas Crimp e, riprendendo la sua analisi di Rauschenberg collegandolo al postmodernismo, ho messo insieme un po’ di pezzi. Dopo mesi trascorsi a leggere Pierre Bourdieu e studiare il concetto di habitus, ovvero il concetto che traduce sia il filtro che noi applichiamo all’interpretazione della realtà e delle relazioni che intessiamo ma anche il retroscena stesso che ci ha portati a dar forma a quei filtri per via di esperienze pregresse e della nostra posizione dentro il sistema sociale, mi rendo conto che sono la parzialità dello sguardo e del mezzo che mi affascinavano in Rauschenberg, e questo è talmente influenzato dal mio di habitus da far girare la testa.

Il contrasto profondo tra quella che considero l’inevitabile parzialità dello sguardo e le forme in cui si manifestino ideologie di ogni tipo sta diventando una tra le mie più grandi preoccupazioni. E l’insofferenza provata in passato a tratti per gli studi postmodernisti perché trovavo giustificassero pigramente una propria incapacità di analisi svanisce all’istante, in un momento storico in cui credo sia invece imprescindibile riconoscere la parzialità di qualsiasi prospettiva.

Ricostruire a posteriori una traiettoria semi coerente nel modo in cui ci si è avvicinati a concetti astratti è affascinante, egoista e vanitoso insieme.

Foto: La cosa più bella che abbia visto nel terminal dell’aeroporto di Dulles, Washington, marzo 2018

p.s.: quando parlo di habitus e di come mi sconvolga è perché io ricordo molto bene essere a Palazzo dei diamanti a Ferrara tra 1992 e 1993 a vedere Monet e Chagall in due mostre separate.

p.p.s: la soundtrack di tutto questo è stata Immunity di Jon Hopkins.

Clichés grandi come Appenzeller

Ho pensato per anni che la Svizzera fosse un gran posto dove poter vivere per un po’ di tempo, il compromesso giusto, ricchi sfondi ma neutrali sulla carta, dove si parla tedesco ma anche italiano. Ma non avevo mai avuto modo di metterci piede. Poi ho avuto culo, spostandomi dalla Germania: per lavoro ho passato tre settimane a Zurigo, tra novembre e dicembre.

Che sarebbe stato straniante lo immaginavo, solo non ne avevo chiara la portata. Mi ha sconvolto tutto, parlare in tedesco 24 ore al giorno, trovare la Coop, poter comprare il panettone al Kg, trovare le mie cose crucche preferite, tipo il tè Alnatura o i detersivi Bio a prezzi più economici che in Spagna. E la neve, il freddo, l’aria gelata senza umidità che ti sveglia la mattina quando vai al lavoro. Le montagne intorno a Zurigo, i laghi grigi. Gli abeti, l’odore di formaggio, le luci di Natale. LA GRAFICA DEI MANIFESTI DI QUALSIASI COSA (una raccolta di riferimenti sotto). Tutto, ma proprio tutto.

Non è facile da spiegare, se non la hai mai avuta in testa o percepita, la sensazione di gratitudine che ti avvolge quando all’improvviso inizi a vedere l’ambiente in cui vivi in modo positivo o quanto meno neutrale, o inizi a cercare di ignorare quello che va male o ti potrebbe turbare.
Questo processo ha avuto un sacco a che fare con passare tempo da sola, nel mio caso. Me ne son resa conto verso maggio. A maggio a Berlino ha piovuto sempre, ma proprio sempre, e faceva un freddo cane. E tutti si lamentavano. A me semplicemente lasciava indifferente. Perché cosa potevo fare, tornare a casa e dirlo al mio gatto? Me ne sono resa conto dopo qualche settimana che il punto era che non me ne fregava niente del tempo, che volevo concentrare le mie energie su altro.

Di energie ne ho avute pochissime l’inverno scorso, e ho imparato a concentrarle solo sulle cose e le persone che hanno priorità. Forse è egoismo, non lo so. Ho raffinato e alzato le mie aspettative, ma le ho anche aperte da morire. E se mi ha sconvolto e fatta allontanare di corsa da sé N. quando a giugno mi disse che frequentava solo persone che lo motivassero dal punto di vista intellettuale, nell’arco di tre mesi ero arrivata alla sua stessa conclusione.

E quindi sulla scia dello stare da soli e fare quello che è importante non solo ho cercato di studiare stando qua a Zurigo, ma ho anche chiuso un cerchio. Sono andata alla Fondation Beyeler da sola (obv.) e ci ho passato tre ore esaminadola e studiando me, una cosa semi spirituale per arrivare a una conclusione molto concreta.

La Fondation Beyeler è un museo di arte contemporanea privato nato dalla collezione dei coniugi Beyeler. Lui era un mercante d’arte e ha messo in piedi una collezione ottima di classici di arte moderna iniziata un po’ per caso (gli capitò all’inizio della carriera di comprare, o ricevere quasi in regalo neanche ricordo più bene, una serie di Klee). Il museo è stato inaugurato nel 1997 in un edificio di Renzo Piano con risvolti White Cube e una vetrata sulla campagna al confine franco-svizzero. Da giovane ci persi la testa. Ma proprio. Mi sembrava il luogo perfetto dove trovare la pace dei sensi: un museo piccolo, con delle opere eccezionali, dove il fondatore andava al lavoro in bicicletta, fuori dal mondo. Poi, complice l’inverno scorso, bam! Mi son resa conto di quanto fosse puro compiacimento, di quanto non ci fosse nulla di vero in quella storia che mi ero raccontata per anni. Di quanto vedere Rothko dal vero non mi dicesse più niente, e abbassare (sempre di meno..) l’età media dei visitatori di un museo di arte moderna e contemporanea non mi interessi minimamente più.

Mi ha stordito e nauseato l’astrazione dei sentimenti di quelle forme figurative. La tendenza verso l’assoluto che mi affascinava a vent’anni ha finito per essere stucchevole e fuori luogo. Ho voglia di saperne di più e solo di cose limitate. Di urbanistica, di sociologia, di spostamenti e migrazioni, di scienze naturali, di geologia e botanica.

Tornata quest’estate da un lungo viaggio avevo questa stronza ambizione di parlare solo con chi venisse dal Centro o Sud-America, chi lavorasse a progetti di arte o chi fosse completamente pazzo. Probabilmente grazie a questo è stata l’estate più piena della mia vita, non ho smesso mai di curiosare, chiedere e imparare. Anche se mi è un po’ passata la fissa arrogante, non mi è passata la voglia. Per la stessa ragione, non ho voglia io di raccontare baggianate a chiunque. Vediamo di darci a vicenda opinioni o studi interessanti. Altrimenti, cosa dirsi a fare che il tempo fa schifo, se non ne studiamo il perché?

La mia lettura bisettimanale: Medusa

Grafica Suisse:

Teatro di Basilea

Musem für Gestaltung

E la bibbia: http://100-beste-plakate.de/

Foto:un’ortensia surgelata, Zurigo, dicembre 2017.

post scriptum vero, cioè post pubblicazione: questo post era in bozza dall’undici dicembre perché non avevo mai aggiunto le foto. Stamattina mi è arrivata questa Newsletter di Ivan, che è una delle pochissime persone che io ho conosciuto grazie all’Internet. Provo una stima e un affetto per lui che trovo difficili spiegare e di nuovo mi meraviglio di come sia splendido vedere come si arrivi spesso a conclusioni simili a distanza.

Costa Dorada

Il tratto di treno tra Barcellona e Tarragona passa addosso alla costa, non credo ci sia un avverbio o una locuzione avverbiale più precisa. Non passa sulla spiaggia come fa sulla costa adriatica dopo Pesaro, le passa a ridosso ed è comunque super fotogenico, anche perché alle tre del pomeriggio verso sud il sole entra dentro da destra molto dolce attraverso i vetri polarizzati del Talgo e vengono dei controluce che lèvate.

Viene fuori che sono a tre ore di treno da una città incredibilmente affascinante, e i miei occhi qui al sud, come mi disse A. giusto due mesi fa, si fanno bolder, grossi e arroganti. E non la finisco più di scattare foto e di vedere cose. Non mi basta mai. Inquadro mentalmente ogni cosa che vedo e mi salta tutto agli occhi. Trovo che qua i contorni siano netti, delle case, dei visi e di tutto. Ogni situazione mi si presenta con una saturazione che mi scombussola le ISO emotive e che crea dipendenza, che fa che ne voglia ancora. E poi c’è il dettaglio non indifferente dell’orizzonte che cambia in continuazione. L’occhio e la testa si abituano facilmente, credo, a una certa ripetitività di paesaggio, per cui non mi stupiva più la regolarità delle facciate berlinesi (mentre la noia terribile dei dintorni campagnoli della città sì che ce l’ho sempre avuta ben chiara).

L’architettura della Spagna della costa è come quella del sud d’Italia (o anche centro, o di sicuro anche di alcune zone del nord, però io non le conosco). E’ irregolare e interrotta. E’ un cumulo disordinato di case addossate che si susseguono come scenari che si aprono alla vista e lasciano vedere il giusto. Mettono curiosità, allenano la testa a cambi continui, la vera resilienza urbana. Ricordo di parlarne con N. in uno dei tanti discorsi meravigliosi fatti durante l’estate scorsa e arrivare a pensare di farne un articolo, e farne cenno persino a M.
La Germania sprizza sicurezza e assertiveness da ogni Backstein. Qui ogni casa è diversa da quella successiva e quella precedente, ma è lo davvero e per natura, non perché questi sono i resti della seconda guerra mondiale.

Foto: CCCB, Barcellona, la mattina che ho conosciuto di persona M., Novembre 2017

Esterofilia

Siamo a cena nel cortile del Conservatorio Rossini, nel giardino che si vedeva dal bar, dove io usavo il telefono a gettoni per chiamare i miei genitori per farmi venire a prendere quando avevo 11 anni ma avevo lezione fino anche le sette di sera.

A tavola con altri sconosciuti una ragazza con circa dieci anni meno di me mi dice orgogliosa “io ho vissuto un anno a Berlino, sempre all’est!” e io in questa fredda ultima sera d’estate nella mia cittadina italiana mi sento molto felice per il suo entusiasmo (sta per andare in Erasmus, è bella) e le chiedo curiosissima, dato che quella è la mia Berlino “Ah sì?! E dove!?”. Lei con gli occhi nostalgici sorride e mi dice “Schlesisches Tor” (per maggiori info, anche se di quasi dieci anni fa Gesù!). Io ci penso un attimo: stanno tutti chiacchierando e si conoscono tutti e insomma io non c’entro un cazzo e sono solo molto amica della persona che ha organizzato tutto e non vorrei rovinare il clima ma non ce la posso fare e le dico “Lo sai sì che quello era l’ovest?”. Lei mi guarda stupita e mi dice “Ma è Kreuzberg!” e io dato che ormai avevo fatto la svuotapista / rovinato le chiacchiere a base di ottimo vino rosso scelto da una mia vecchia compagna di classe delle medie che è una gran figa, non riesco a non aggiungere “sì, ma era Ovest comunque”.
Lei perplessa ci pensa su e mi fa “Dai? Ho sempre pensato che fosse Est”, io sorrido, lei anche, poi mi guarda complice e fa “Ma poi ho vissuto a Neukoelln, quello sì Est”. E a quel punto non ho ribattuto più.

Mi ci è voluto questo per rendermi conto dell’incoscienza con cui le persone che anche si spostano a Berlino per viverci si relazionino col proprio ambiente. E per rendermi conto anche dell’equivalente Est=party | Ovest=? applicato in modo idiota alla geografia della città.

Io non conosco bene l’ovest di questa città, so che ho chiacchierato per anni con una cara vecchina che mi ha voluto un bene infinito la cui famiglia aveva un ortofrutta sul Ku’damm fino al 1939 e per me questo è il ricordo più caro che posso avere di Berlino Ovest.

 

Foto: Leipizig, maggio 2014 (potrebbe esser qualsiasi altro posto crucco, o gli Schlachthoefe di Landsberger Allee)

Dalla testa alla pancia

Oggi ho dovuto prendere la Ringbahn per un’eternità di tempo, tipo un’ora*. Landsbergerallee – Westend. Via Sud, perché sopra è interrotta**.

Avevo questa mezz’ansia perché ero in ritardo e dovevo andare in quest’ufficio che ben esemplifica l’egalitarismo del sistema educativo tedesco: l’agenzia del lavoro per chi ha compiuto studi universitari***. Ma alla fine è andato tutto liscio come l’olio e me ne son potuta andare in fretta, visto che loro a questo punto non mi servono più. Mi son fatta un selfie nel bagno perché aveva delle gran luci che mi facevano sembrare super bionda, sono uscita facendo la stessa strada che avevo fatto tre mesi prima quando mi ero andata a iscrivere come prossima alla disoccupazione, ho notato come la vita americana a questo punto sembri solo una ragnatela, e poi ho continuato a fare un bel pezzo di strada a piedi.

Agentur fuer Arbeit Berlin Nord e ME

Io a ovest non mi oriento, per niente. Mi sento insicura là. Non capisco quali strade siano parallele. Oggi poi avevo finito i dati e GoogleMaps non mi diceva dove fossi e io non mi ero mai resa conto che Kantstraße cambiasse nome e diventasse Neue Kantstraße e allora ho soltanto proseguito verso quella che sapevo essere la direzione corretta, a est. Ascoltavo questa canzone degli Xiu Xiu in repeat a volume altissimo e cantavo e cantavo e mi ricordavo di quando ascoltavo Fabulous Muscles in Spagna ed ero sempre triste.
Sono i miei ultimi giorni qua e di questa città che ha il male di vivere della contemporaneità addosso ho amato tutto da quando ero adolescente.

All’imbocco di Neue-Kantstraße (che solo oggi ho pensato che è davvero la Strada di Immanuel Kant e non un unico fonema senza senso né appeal) salendo dal Lietzensee, altro posto che non avevo mai visto, sono passata di fianco a un portone con due mega targhe d’ottone indipendenti l’una dall’altra, un avvocato e una psicologa credo. I nomi? Raimund e Kornelia. Ho spinto gli auricolari ancora più dentro e mi son chiesta cosa ci facessi così a ovest.

Ci vuole molto per capire cosa ci faccia male, credo, soprattutto se si è passato anni a pensare di stare bene, perseverando in quella che al liceo chiamavamo “la vita alla perifrastica attiva”, ovvero compiere ogni azione col solo proposito di vederla a posteriori e, in fondo, compiacersene. Il che significa mentire a se stessi in modo incredibile, senza sapere quanto farà male in seguito ammettere che non era così che si voleva vivere.
Ma quello che si prova facendo altro all’improvviso? Ciaone.

 

Foto: Königin-Elisabeth-Straße, Berlin, Ottobre 2017

*Da un po’ quando percorro questi tragitti lunghi dentro la città mi viene spesso da compararli con le distanze cui ero abituata in Italia. Ad esempio sarei arrivata in regionale fino ad Ancona nello stesso tempo.

**Comunque ogni rara volta che attraverso Berlino via S41/42 mi ricordo che nel 2004 ancora la Ringbahn non era completa nella parte nord, proprio dove in questo momento ci sono i lavori in corso. Nella mia guida c’era una linea tratteggiata.

***because I’m worth it

Non dimostrare la propria età

C’è questa cosa importante del dimostrare o meno la propria età cui penso da anni, dato che non brillo per la mia altezza e sono ben più bassa dei miei genitori, e se si dovesse prendere me come esempio per valutare come le prossime generazioni si svilupperanno, nell’arco di cinque saranno tutti alti un palmo meno di un metro.
Traslocare a Berlino da questo punto di vista ha significato toccare con mano il fondo. Dal non arrivare a vedere cosa lo schermo del bancomat mi dicesse, all’ovvio ricevere gomitate in faccia sui mezzi di trasporto. Le situazioni più sgradevoli qui però le ho sempre vissute in contesti semi ufficiali, e quando un paio di giorni fa Enrica ha parlato in una diretta di Instagram di un episodio simile che le era capitato (in Italia), ho iniziato a pensarci di nuovo e mi ha dato sempre più fastidio..

 

Mentre essere alta come i ragazzini di prima media è una cosa con cui faccio i conti da quando ho smesso di crescere fisicamente, il non esser presa sul serio dove mi aspetto che lo si faccia, credo che nel mio caso (e forse nel caso di diverse donne italiane basse) sia dovuto a un misto tra l’aspetto esteriore e il modo in cui sempre ci poniamo, indipendentemente poi dal genere.

Se penso ad un aggettivo inglese per descrivere il modo di porsi dei tedeschi è “assertive”, che è quel misto di sicurezza, determinazione e a volte arroganza che portò anni fa un mio semiamico a definirsi SOCIOLOGO solo perché studiava Sociologia. Creai seduta stante una pagina di Wikipedia con il suo nome e cognome, credo di averne uno screenshot. Questa serena spavalderia è la cosa più distante da come noi italiani ci poniamo nei confronti del lavoro, dello studio e dell’esistenza – ovvero, sempre pronti a dubitare di noi e degli altri.

Del resto in tedesco (come anche in spagnolo) il verbo credere può reggere il tempo INDICATIVO e non è soggetto all’uso del congiuntivo per giustificare la parzialità del pensiero espresso*.  Ich glaube, es ist so. Ma cosa vuoi credere te?!

L’episodio più sgradevole che mi sia successo di recente è di tre settimane fa, ad un corso di InDesign.  Un crucco massiccio di 1,90m che era il mio prof (anche lui fatto per sfatare ogni cliché, con la sua uniforme berlinese dei primi duemila con anfibi con 25°C, tshirt & jeans neri per l’intera settimana, occhiali come Cutler) mi disse che avrei ricevuto un biscotto se l’esercizio che gli chiedevo di controllare proiettandolo in classe davanti a tutti fosse stato fatto bene. Un biscotto. Son rimasta così male che lì per lì ci ho riso ma poi ho smesso e lo racconterò a vita**.

Mi ero espressa io chiedendo con troppe moine per i loro standard se per favore potesse gentilmente controllare il mio esercizio, perché il risultato sembrava giusto però ecco mi sa che mi ero incasinata coi livelli e avevo la sensazione che qualcosa non andasse? Avevo messo troppi per favore? Sì, di sicuro. Perché ero una delle più grandi*** in aula ma lui non lo sapeva e il mio aspetto e il modo di parlare non lo dicevano forte abbastanza e lui mi trattava di conseguenza. Gli ho anche dato del Lei all’inizio del corso (standard tedesco) poi mi sono adattata a quello che aveva fatto un altro corsista, ben più grande di me, dandogli del tu e basta.

 

La cosa che più mi cruccia di tutto questo è rendermi conto di quello che faccio io. Dei tedeschi non me ne frega assolutamente niente, ma mi chiedo solo se io ho mai trattato le persone nello stesso modo, non per l’età che dimostrano, ma per il modo in cui si pongono. Se ci penso bene le persone a me più care sono in fondo delle gran fricchettone (ciao Nico! Ciao Gloria! Ciao Nikos! Ciao Vale!), o persone che danno all’aspetto esteriore il giusto peso o nessun peso. Prego di non averlo mai fatto e non farlo mai, e continuare a poter stare in contesti che mi permettano di dare al contenuto sempre più importanza che al contenitore****.

 

Pic: sedie dismesse nel cortile della mia scuola media, Pesaro, settembre 2017.

 

*Splendido per me è che in spagnolo “credere che” regge l’indicativo mentre il “NON credere che” regge il congiuntivo. Avanti con le speculazioni, mie prodi.

** siccome certe cose me le lego poco al dito FYI questo è il prof: sinissey.de/

 

***su nove corsisti sei erano studenti universitari, di cui uno, il mio vicino, ha passato il tempo su facebook (che disagio) e anche se all’inizio ci eravamo presentati raccontando qualcosa su di noi, nessuno aveva detto l’età, il che lo avrà portato a pensare che avessi 20 anni e fossi una studentessa erasmus.

 

****questo può sembrare faccia a pugni con la mia tendenza a ricercare un’estetica delle cose e delle persone, ma invece quest’attitudine secondo me non cozza con come sarebbe bello porsi nei confronti del prossimo.