Tassonomie effimere

La mia prima pressa per essiccare fiori e foglie l’ho costruita quando avevo nove anni, e da lì in avanti non ho mai smesso di curare il mio erbario, anche se sempre più irregolarmente. Sull’erbario ho imparato a scrivere i nomi comuni delle piante che trovo e, se lo conosco, il corrispettivo nome scientifico secondo la nomenclatura binomiale. Le prime sono state sicuramente la malva, la camomilla e una foglia di tiglio su cui si vede benissimo la macchia di vinavil che ci avevo versato. Non è niente di fancy, anzi: un raccoglitore ad anelli blu su cui mia sorella aveva incollato la scritta “erbario” ritagliandola in una carta plastificata adesiva rosa. L’aveva dovuta scrivere a rovescio sul retro della carta e a me era sembrata fantascienza vedere che poi, incollata, si potesse leggere da sinistra a destra.

Nel 2015 viaggiai per la prima volta fuori dall’Europa, e via Emirati arrivai direttamente all’Equatore prima di andare in Indonesia. A Singapore mi fermai soltanto una notte a casa di amici. Le food courts erano impeccabili, l’umidità era straordinaria così come l’aria condizionata della metro, io ero stravolta e non mi entravano i piedi nelle birkenstock da quanto mi si erano gonfiati in aereo, ed è il primo grande posto dove io sia mai stata. Ma l’effetto di meraviglia che le dimensioni delle piante lungo il tragitto dall’aeroporto al centro mi provocarono è quello che ricordo più distintamente e la cosa che più mi impressionò. Arrivata in Indonesia la cosa che sopra ogni altra sortì su di me l’effetto “Ciao sei in un habitat diverso dal tuo, umano caucasico” fu rendermi conto del fatto che le piante che io conoscevo come piante da interni fossero in questo contesto degli alberi immensi. Come queste felci, che vengono da questo posto qua.

Mi succede ad ogni latitudine, ma in particolare tra i due tropici. Mi si riempiono gli occhi di colori, l’adrenalina sale, e non riesco a trovare una ragione per non rimanere là che non sia la mia paura primermundista di compiere una scelta grande.

Esistono due livelli di riflessione in questa vicenda che mi danno da pensare: la prima è lo straniamento. Proprio come lo straniamento di Brecht, forse solo la natura e nello specifico la flora è in grado di esercitare un effetto così potente su di me. Così come ricordo l’Indonesia nel 2015, ricordo quasi dieci anni prima l’Olanda, quando per la prima volta vidi delle conifere in pianura, cosa che continuava a stupirmi in Germania quando ci abitavo. O le betulle come piante d’arredo urbano a Berlino. Le betulle nella mia memoria visiva si trovano all’orto botanico e gli abeti crescono in montagna.

I riferimenti iconografici urbani che ho a disposizione sono così interiorizzati nella mia persona, e il primo e il secondo e il terzo mondo sono così omogenei in questo, che solo le piante riescono ancora ad attrarre la mia attenzione e a richiedermi concentrazione nell’orientarmi.

La seconda è questa passione un po’ ossessiva per la tassonomia che riscontro in me e altre persone. A giugno dell’anno scorso dentro al Cosmocaixa a Barcellona ho scoperto una cosa meravigliosa e secondo me molto indicativa: una parete intera di foglie di piante di grandi dimensioni essiccate e appese su più livelli ad una parete lungo una grande scala che i visitatori usano per passare da un piano all’altro della zona espositiva. Eccolo:

Là qualcosa ha fatto click e ho realizzato che Taxonomy is everything for the non believers.

Mi si è sgretolata la spinta illuminista della tassonomia in botanica.

Un barocco ansiogeno bisogno di fermare l’effimero è tutto quello che vedo ora in questo interesse: l’erbario di proporzioni enormi è l’eterotopia del tempo, forse, un’altra versione del museo di Foucault legata a circostanze eccezionali, queste, in cui viviamo e per le quali mi sento in obbligo di dover trovare dei motivi irrinunciabili per prendere un aereo e spostarmi di continente.

Foto: una foresta per dinosauri, Alta Verapaz, Guatemala, marzo, 2018.

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