Hackathon al CCCC: la pratica e i pensieri

L’hackaton del CCCC procede, al di sopra sopra delle nostre distanze.

Preso il centro come casa, lo dividiamo in stanze e costruiamo un percorso bizzarro per il possibile pubblico del centro, a seconda della posizione o del contenuto delle sale. Il mio gruppo decide di stare all’ingresso, mediare la transizione dalla strada al museo, da uno spazio pubblico a un altro spazio pubblico che però si regge su regole diverse, incomprensibili e intransigenti spesso. E di farlo in vestaglia e pigiama, sulla porta d’ingresso del museo. Con un thermos di tè e delle tazze in mano ad accogliere i visitatori.

In 4 ore decidiamo i ruoli, studiamo lo spazio alla svelta, la soglia, i luoghi di passaggio, i corridoi e i chiostri di questo ex-convento attraverso cui ci muoveremo, raccogliamo le informazioni essenziali che ci servono per accompagnare il pubblico, scegliamo i ritmi del discorso e dell’introduzione, facciamo delle prove, e finalmente lo presentiamo a Christian e Beatriz. L’idea li fa ridere ma non ce la cancellano, ci suggeriscono dei cambi, il gruppo -presuntuoso- si sente criticato e si innesca una nuova dinamica vagamente conflittuale, dovuta al fatto che per questa attività tutt* eccetto me sarebbero stat* valutat* ai fini del Master che frequentavano.

Il nostro gruppo fa un ottimo lavoro, perché andiamo d’accordo e ci dividiamo i ruoli con serenità senza troppi egocentrimi, coinvolgiamo visitatrici e visitatori sin dal portale d’ingresso, dove abbiamo messo un tavolino per il thermos e siamo in tre, in vestaglia e attacchiamo praticamente bottone con chiunque. La cosa è in realtà abbastanza facile, l’ingresso è gratuito, siamo in centro storico, è un fine settimana pre-vacanze, siamo in pigiama e facciamo ridere, siamo simpatiche e totalmente calate nel nostro ruolo (cosa fondamentale) e invitiamo persone che passeggiano a entrare nel museo. Cerchiamo di raccogliere gruppi di circa 10 persone e le facciamo passare per i due chiostri, di cui tratteggiamo la storia passata e recente per poi condurli alle sale espositive, dove li lasciamo nelle mani di altr*, a visitare le due temporanee del CCCC. La finzione un po’ magica un po’ fiabesca della casa cui il pubblico si lascia per fortuna andare viene smarrita in questi passaggi e fatta cadere da un gruppo che interrompe il discorso. L’hackathon non consente di testare più volte e nella sua totalità la visita, e di evidenziare le cose che vanno limate, il valore profondo della mediazione.

E quindi: l’hackathon è solo una metodologia, un modo che funziona se le conoscenze delle persone coinvolte si complementano, perché in 72 ore quello che non so io lo metti tu, che sia la vestaglia, la conoscenza della storia di un luogo, la capacità di recitare o di studiarti un’opera. Se questa complicità manca, o se tutte le persone coinvolte sono impreparate, purtroppo il senso stesso di una cosa fatta in fretta per spremere e raggiungere nel più breve tempo possibile un obiettivo non c’è, resta solo una esperienza abbozzata e un po’ pericolosa, dato che sposta la responsabilità di quello che non si fa come istituzione su delle persone che non hanno ancora la capacità di non allontanare il pubblico dal proprio spazio.

Nel nostro caso e nella mia esperienza resta la sottile e importante capacità di Christian e Beatriz di guidare un gruppo eterogeneo lungo un percorso difficile e da fare molto in fretta…

Foto: un altro angolo del cortile del CCCC

La mediazione accelerata al CCCC: le sensazioni

La modalità in cui si fanno le cose, qualsiasi cosa, ne definisce i contenuti, li modella, li esalta, li costringe, li limita o li favorisce. Niente di nuovo.

Perciò:

La trasposizione di una dinamica forzata e accelerata quale quella dell’hackathon funziona anche in un contesto in cui tutto è tendenzialmente lento come quello museale/espositivo? Meditativo, di lenta osservazione, di studio e pianificazione progettuale. Cosa comporta a chi di solito impiega settimane a definire i processi, a scegliere le parole da rivolgere a chi ha davanti, a chi studia ogni aspetto di ogni gesto, cosa cambia, se si fa tutto in un battibaleno? In altre parole: ha senso l’hackathon come modalità di creazione per accelerare i tempi di una pratica di mediazione artistica ? O meglio, questa modalità estremamente dinamica, che in 72 ore permetterebbe di creare degli interventi rapidi di mediazione culturale, cosa può generare? Come mi ci sono sentita io in mezzo?

Nell’inverno 2019/2020, pre pandemia, pre-chiusura e morte dell’anima di tutta la popolazione valenciana e morte fisica di gran parte, tra tante altre cose ho partecipato a una cosa un po’ particolare aperta al pubblico e organizzata dal CCCC centro del carme cultura contemporanea (centro espositivo regionale di arte contemporanea). Un Hackathon di mediazione artistica destinato agli iscritti e alle iscritte al Master di mediazione artistica Permea e a qualunque esterna interessata: soltanto io.

Coordinato da Christian Fernández Mirón e Beatriz Martínez (La Liminal) l’hackaton era pensato per avere a disposizione due giorni di preparazione e attuare la mediazione stessa il terzo giorno.

Per ragioni lavorative ho perso la prima mezza giornata in cui si è definito il concetto e si sono formati i gruppi, parte abbastanza importante dell’hackathon. Al mio arrivo mi trovo quattro gruppi già definiti e un concetto da cui si vuole partire: il centro espositivo come Casa e mi associo al gruppo più interessato all’idea dello spazio espositivo.

Ricordo distintintamente la sensazione di allegria che mi causa stare in uno spazio enorme e freddo ma intimo, seduti per terra, in piccoli gruppi, nello spazio interdetto ai visitatori, quello che nei musei così come nei teatri è immenso e le cui dimensioni si sottovalutano (mi viene in mente che solo negli archivi o le biblioteche è quasi ovvio che i depositi debbano essere più grandi dello spazio cui si ha accesso ma in genere non ci si pensa).

La solitudine del processo di studio e redazione della tesi dottorale mi aveva poi resa completamente dimentica di cosa volesse dire passare del tempo con estranei con cui potevo condividere degli interessi in uno spazio non accademico, non formale, non di convegno, o presentazioni. Incredibile, emozionante.

Eppure, la distanza c’era, eccome. Anagrafica in parte, ma anche di percorsi, e la forma, ovvero un grosso brainstorming collettivo e orizzontale, lo fa emergere e ne forza il risultato.

Ad esempio:

Una partecipante del mio gruppo riflette poi tra noi cinque sulla possibilità di coinvolgere gli assistenti di sala e gli addetti alla sicurezza e anche i lavoratori della biglietteria, tirando fuori il fatto che essendo quelli che più di tutti parlano con i visitatori e più a lungo stanno a contatto con le opere vanno coinvolti e che è assurdo e arcaico che non sia così, genera rabbia etc. Uno sfogo, uno sfogo enorme.. ma in un contesto del genere lo ricordo fuori luogo: non siamo al Prado ad una conferenza accademica di soli uomini barbuti che parlano delle cromie di Él Greco, siamo sedut* per terra confrontandoci su modalità alternative di mediazione con due persone straordinarie a farlo.. Ma Christian le dice, ma loro, lo sai se vorrebbero? E si apre una voragine/discussione…

Alcun* sono d’accordo, altr* dicono che è vero, sarebbe davvero nuovo farlo, e mi sento di intervenire, di difendere una infinità di pratiche diverse che già esistono, parlo di esperienze e studi che si occupano anche di questo (uno ad esempio), cito istituzioni enormi e privilegiate come la Tate che propongono esperienze di mediazione artistica lontanissime dalla visita accademica top>down ma vedo confusione, perché intorno a me ci sono storic* dell’arte o artist* e questo mi disorienta. Mi trovo a andare indietro, molto, a parlare di nuova museologia, di Nina Simon, del cambio radicale e progressivo avvenuto in area anglosassone tra anni 80 e 90, dell’imposizione del discorso museale, etc etc. mi rendo conto che sto parlando di cose che ho in parte letto una vita fa, alcune ormai sorpassate anche, ma che queste persone non le conoscono, che arrivano a punti simili a quelli della mia ricerca da percorsi completamente differenti. Che per me questo tema e la lettura di tutto ciò che lo riguarda è amore. La distanza tra di noi mi ricorda la delusione provata quando mi immatricolai alla magistrale a Madrid pensando di trovare gente interessata ai musei e trovai quasi solo noia. Christian però annuisce, cosa che mi rassicura ma aquel punto ho già smesso di parlare, abbastanza spaventata dalla dinamica gruppo, tutti studenti e studentesse dello stesso gruppo, meno me.

Che strano momento ripensandoci, tra le altre cose presagio strano della pandemia e del silenzio forzato, universale e inevitabile di qualche mese più tardi.

L’hackaton ad ogni modo procede….

Foto:il cortile del CCCC, un momento di confronto durante l’hackathon. (Sì, spesso a Valencia a dicembre ci sono 15 gradi e splende il sole).

Bombas Gens: la distanza, l’assenza, la dolcezza.

Marzo 2020: In questo momento un gruppo di circa venti persone sta per iniziare un progetto di scambio e partecipazione. Nato come un laboratorio aperto, un progetto di mediazione intergenerazionale sul patrimonio urbano, sul tessuto sociale e la memoria dello spazio. Un progetto serio nelle intenzioni, che ha lo scopo di intessere relazioni tra abitanti del quartiere in cui si trova un centro di arte e interessati e interessate alla storia della città per costruire una esperienza collettiva di esplorazione della memoria urbana. Ma allo stesso tempo un progetto aperto nella forma, senza un obiettivo tangibile a priori (una mostra? un libro? dei percorsi urbani?), libero, anzi pensato proprio come fucina di idee che avrebbe potuto dare origine alle cose più diverse, il cui formato finale sarebbe stato deciso nell’arco di tre mesi dai gruppi di lavoro.

E poi BUM! Bloccato tutto, tutte ferme, tutti a casa.

La quarantena imposta a livello nazionale appena una settimana dopo l’inizio. Lo spegnimento progressivo di qualsiasi entusiasmo un team avrebbe potuto avere e a sua volta suscitare in un gruppo.

Eppure, grazie a chi ci ha lavorato, non è successo niente di tutto questo.

Un anno è gia trascorso, un anno e qualche settimana – che bella e strana storia, che credo che valga la pena raccontare.

Bombas Gens è un centro d’arte contemporanea che si trova a Valencia; aperto nel 2017, ha una propia collezione e ospita regolari mostre temporanee. Il contesto architettonico del museo è certamente privilegiato: una fabbrica dismessa di Bombas, cioè pompe e valvole idrauliche, tipica archittettura industriale della regione, con un ampio cortile all’ingresso, diverse sale molto spaziose e un secondo cortile adattato a giardino. Come se non bastasse, l’edificio accoglie nei suoi sotterraneinche un antico bunker utilizzato durante la guerra civile e il ben più recente ristorante stellato di Ricard Camarena.

Lo spazio offre una molteplicità di spazi orientabili verso gli usi più diversi che il team di curatori e mediatori ha sfruttato in modo eccellente dall’inizio. Mi riferisco alla incorporazione di opere di land art nel giardino o all’avvio di cicli di conferenze nelle spaziosissime sale o alle mostre temporanee in sé per sé. Nessuna cosa è fuori dal normale, no, certo, ma qui sono tutte insieme e con una grande coerenza cosa che ha trasmesso da subito una chiara identità del centro, una direzione istituzionale. Il team di mediazione era composto da tre persone, e sin dall’inizio sviluppava progetti di natura osmotica tra lo spazio e la cittadinanza, specialmente se del quartiere stesso.

Bombas gens si trova nelle immediate vicinanze del centro storico, giusto sull’altra sponda dell’antico letto del fiume Turia, deviato, prosciugato e quindi trasformato in un parco dopo l’ultima esondazione del 1957. Paradossalmente per le dimensioni della città, questa zona, Marxalenes, è considerata quasi immediata periferia: separata dal centro storico dal parco – fiume, inglobata e fagocitata dalla mostruosa espansione urbana e speculazione edilizia valenciana dagli anni 60 in avanti, ha affitti bassi, diverse zone commerciali e ricreative (multisala e Corte Inglés ) adiacenti, la Escuela Oficial de Idiomas tutti intorno ma è costituita prevalentamente da diversi casermoni senza personalità cui si mescolano superstiti case a schiera che constringono strade e piste ciclabili a brusche giravolte non essendo ortogonali e aumentano mano a mano che ci si allontana dal centro, quando infine si arriva Benicalap, ultimo quartiere verso nord, municipio a sé stante fino a fine Ottocento.

Come diventare rilevanti in questo quartiere come centro d’arte?

Con tanta comunicazione e apertura e contatto e coinvolgimento da parte del team di mediazione e didatttica, i cui progetti più interessanti secondo me sono quelli di En Marxa. Il nome del progetto, un contenitore di idee e progetti di mediazione, didattica e curatela molto aperto, è un gioco di parole tra il nome valenciano del quartiere e la duplicità della sua pronuncia in castigliano e valenciano. Letto a voce alta, “En Marxa” può significare sia “in movimento” che “a Marxalenes”, e la dolcezza dell’intenzione dietro questa soluzione è chiara in un secondo.

En Marxa si è sin dall’inizio aperto con un bando e io ho partecipato all’edizione 2020, e sono più che orgogliosa del lavoro che abbiamo fatto tutt* insieme.

En Marxa 2020 è stato un percorso straordinario di narrazione empatica di ricordi, personali e collettivi. Un gruppo eterogeneo e vivace, vicine e vicini del quartiere oltre i 70, studenti universitaria di storia, geografia, antropologia, appassionati di arte contemporanea e assidui frequentatori del centro stesso. Poteva non venirne fuori nulla, ed era tutto molto in bilico, visto che dopo la prima presentazione avremmo dovuto avere degli incontri con specialisti esterni e costituire poi dei micro gruppi di lavoro e definire meglio la forma concreta che En Marxa avrebbe preso. Ma non è potuto andare avanti così.

Cancellata la possibilità di lavorare in gruppi di persona dopo il primo e unico incontro, Eva Bravo è riuscita a mantenere in vita un progetto di mediazione artistica di una delicatezza straordinaria.

Crescendo su tre assi principali (lo spazio, la memoria e il patrimonio), trasmesso attraverso canali differenti (gli incontri prima, poi Whatsapp, poi Email) e usando supporti diversi (fotografie, scritti, registrazioni trasformati poi in Fanzines) è venuta fuori En Marxa 2020. Il nostro gruppo non ha mai interrotto il contatto durante i due mesi e mezzo che tra inizio marzo e metà maggio 2020 hanno costretto chiunque a chiudersi in casa, con un elicottero che ci girava sopra la testa e auto della polizia che gridavano “restate in casa”, allontanandoci di casa soltanto per andare fare la spesa girando per una città vuota e silenziosa.

In questo contesto alienante En Marxa ha costituito per tutt* un appuntamento settimanale di scambio, uno sbirciare nella vita di sconosciut* che narravano la propria storia personale dentro la città o fuori, che regalavano gratuitamente a chiunque fosse coinvolto ricordi intimi legati allo sviluppo urbano della città o della propria persona o comunità.

Per me Lucrezia ha significato tirare le fila di una serie di elementi non ancora del tutto sedimentatisi sin dal mio trasferimento nel 2017. È stata l’occasione grazie a cui ho potuto mettere a fuoco una linea che attraversava i miei ricordi recenti, che ha diretto quegli ultimi tre anni trascorsi a studiare, una linea che si collegava a cose molto più antiche, di più intima storia familiare, e mi ha permesso di riflettere e chiarire il mio modo di esplorare lo spazio, di memorizzarlo e appropriarmene, modo che continua a soffermarsi e districarsi tra i palinsesti urbani, collegando fili di storie personali all’entorno, e scriverne. Di mio qui ci sono delle pagine a commento di fotografie, due audio che commentano altrettante immagine e la conclusione, che ho letto imbarazzatissima e a sorpresa il giorno della presentazione finale del progetto, con mascherina, nel luglio 2020.

Una cosa semplicissima in sé che le mediatrici di Bombas Gens, ed in particolare Eva, non hanno abbandonato o trascurato in quelle settimane, bensì trasformato rendendolo ancora più unico di quello che poteva diventare in una circostanza più semplice, per non dire banale. Forse che sia stato possibile perché avevano un contratto decente con il centro? Ha questo poi preso una direzione diversa sotto una nuova direzione e il team intero non esiste più? E i progetti, a prescindere dalla pandemia, sono per questo sospesi? Forse è il mio dispiacere per quanto successo dopo che me ne fa scrivere, anche se non ne conosco tutti i dettagli. Perché penso alla relazione che avevano creato, all’unico senso possibile che vedo nell’occuparsi di Patrimonio, creare relazioni e comunità usandolo come mezzo.

Foto: Valencia, Plaza de la Almoina, maggio 2018, in una delle tante inquadrature in cui dà prova di essere una città bidimensionale.

p.s.: raccontare di patrimonio, di musei, di relazione con lo spazio. Di nuovo. Vediamo se ci riesco.

Dall’orecchio alle mani

Conclusasi il giorno palindromo del mio compleanno, la mostra su Constantin Brancusi presso Bozar, a Bruxelles, sono riuscita a visitarla per un pelo il primo febbraio*, da sola.

La mostra era cara e facile, strutturata su linee cronologiche e tematiche, e scivolava via svelta, dietro alla voce dell’audioguida: gli spazi del Bozar sono ampli e la disposizione permetteva di muoversi con semplicità, ma soprattutto io avevo tutto il tempo del mondo per fermarmici a riflettere su un paio di cose rispetto a come visito le mostre.

L’audioguida è un tema a sé negli studi di educazione museale e nella prassi dei musei (qui una cosa del Met sulle proprie) e io cerco sempre di ascoltarle.

A livello astratto e di analisi museologica l’audioguida condiziona, orienta e costringe lo sguardo, esplicita il discorso che la museografia non ha definito del tutto, costruendo la gerarchia visuale e prossemica che seguirà il pubblico, e può facilmente essere usata per indirizzare i flussi dei visitatori. Dal punto di vista pratico e estetico l’audioguida è spesso brutta, grande, senza istruzioni e con molti tasti inutili; quando è attiva crea un rumore di sottofondo che contrasta con il silenzio degli spazi museali, ostacola la visita di chi si muove libero, crea file o raggruppamenti di visitatori attorno alle opere che hanno il numerino e, essendo molto simile a un telefono, è facile che sia percepita come un elemento di distrazione.

Questo, fondamentalmente, significa che l’audioguida è spesso ciò che marca la differenza tra il pubblico che crede di conoscere già cosa andrà a vedere, che non ha bisogno di nessuna chiave di lettura (o meglio, va a una mostra o perché la vuole criticare o si sente identificato nella stessa visione del curatore. In qualsiasi caso, per questi visitatori spesso le opere parlano da sole) e chi invece va alle mostre e si affida alle parole di un altro (secondo l’altezzoso punto di vista del primo gruppo), dimostrando ignoranza del soggetto. Tutti siamo al museo per farci vedere, ma ad alcuni importa esserci per sembrare il più intelligenti possibile.

L’audioguida a Bozar era gratuita e offerta all’ingresso delle sale, non aveva numeri né tasti, e la sua insidiosità nel dirigere la mia visita era un po’ più difficile da mettere a fuoco: wireless e contactless, bastava avvicinarla (passando quindi magari distrattamente vicino a un’opera marcata con un bollino) per attivarla. Raccontava dettagli sulle opere e sulla vita di Brancusi, come sempre, ma i testi erano piuttosto brevi. Il massimo della discrezione e dell’eleganza, direbbero certuni (..).

Avere una audioguida quando visito un museo, un sito patrimoniale o una mostra è per me un fortissimo condizionamento, e ho un rapporto molto conflittuale con tutte. Da una parte mi sento obbligata a ascoltare tutto ciò che posso sia per rispetto del lavoro altrui sia perché penso che potrebbe esserci uno stimolo di riflessione interessante nelle parole di critici, curatori, storici che hanno preparato i testi; d’altro canto mi infastidisce dovermi concentrare per tanto tempo stando immobile, e questo è un mio problema perché se cammino mi distraggo con qualsiasi altra cosa veda – persona, drappo, luce, pianta. Per questo quindi l’audioguida finisce per vincolare la mia libertà di movimento e mi risulta scomoda.

La stessa libertà di movimento (o la sua assenza) insieme al limite posto alla spontaneità del visitatore che si genera a causa della presenza degli originali o di materiali fragili sono il leit motiv delle mie visite a musei da diverso tempo, dato che sono esemplificative del potere esercitato dal museo come ecosistema.

La contrapposizione tra due sistemi, due pubblici, due proposte di didattica artistica e accrescimento della sensibilità empatica non avrebbe potuto essere più nitida nella mia immaginazione perché l’ultimo museo che avevo visitato prima di Bozar era il Museo Tattile Omero ad Ancona, in cui avevo messo la mani dappertutto, mentre qui, di fronte a quelle superfici liscissime a portata di polpastrello, non potevo sfiorare nulla..ma per adesso pausa.

* Bozar è un centro multidisciplinare progettato negli anni 20 del Novecento da Victor Horta e funge ora come aggregatore di eventi culturali di lusso tradizionali (concerti di musica classica e lirica, mostre di arte figurativa) e contemporanea (sponsored corporate events…). Lo dirige un CEO – direttore artistico. Mi ricorda sempre il Martin-Gropius Bau di Berlino, ma non è pubblico o retto da una società in cui il senato locale e lo stato hanno una partecipazione.

Immagine: dalla mostra a Bozar ma in prestito dal Centre Pompidou, Constantin Brancusi come lavapiatti nel 1904 a Parigi, dimostrando una incredibile somiglianza con un mio amico rumeno.

Enea e il covid-19

Giorni strani, strani giorni, questi.

Ho cercato di ricordare quando sia stata l’ultima volta che mi hanno controllato un documento di identità passando via terra tra un paese dell’Unione europea ed un altro. Era il 2009, l’ultima volta che sono passata in treno tra molti paesi dei Balcani.

Nessuno si può muovere e le risorse a disposizione diventano sempre di meno, si torna indietro nelle letture, nel tempo, nei ricordi e nei miti. Ho iniziato l’anno leggendo “Contro l’identità italiana” di Christian Raimo, e seppur sentendolo profondamente vicino, questo è l’anno in cui paradossalmente penso a come potrebbe essere vivere in Italia ora.

In questi giorni di Covid-19, di paure e insicurezze, ricevo l’ennesima catena di Whatsapp. Questa volta riporta parole di Philippe Daverio, che sembra non aver mai detto queste cose e me ne rallegro tanto, anche se dice di condividerle. Chi me lo manda lo trova divertente e intelligente e “giusto”.

“Sto a casa e scrivo…

Aspettando che la grande scopa del Manzoni la smetta, e sono felice di non essere anglicano upper class, ma banale cattolico afflitto da pietas

Ho aspettato un po’ a scrivere, speravo di aver capito male. Invece il Primo Ministro del Regno Unito, intendeva dire proprio ciò che ha detto: “Abituatevi a perdere i vostri cari”. Boris Johnson si è laureato ad Oxford con una tesi in storia antica. È uno studioso del mondo classico, appassionato della storia e della cultura di Roma, su cui ha scritto un saggio. Ha persino proposto la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche inglesi.

Mr. Johnson, mi ascolti bene.
Noi siamo Enea che prende sulle spalle Anchise, il suo vecchio e paralizzato padre, per portarlo in salvo dall’incendio di Troia, che protegge il figlio Ascanio, terrorizzato e che quella Roma, che Lei tanto ama, l’ha fondata. Noi siamo Virgilio che quella storia l’ha regalata al mondo. Noi siamo Gian Lorenzo Bernini che, ventiduenne, quel messaggio l’ha scolpito per l’eternità, nel marmo. Noi siamo nani, forse, ma seduti sulle spalle di quei giganti e di migliaia di altri giganti che la grande bellezza dell’Italia l’hanno messa a disposizione del mondo.
Lei, Mr. Johnson, è semplicemente uno che ci ha studiato. Non capendo e non imparando nulla, tuttavia.Take care”

Lo leggo e rispondo “speravo fosse un economista, l’ennesima conferma che il sistema accademico è una tragedia“. Mi rispondono “non hai capito il senso, a me è piaciuto molto“. Ne nasce una grande discussione senza capo né coda e molte arrabbiature.

Trovo che in un paragrafo di poche righe si condensi una narrazione secondo me molto pericolosa e che ho percepito molto potente e mi sono ricordata di quanti amici mettessero in guardia da in cosa potesse tramutarsi questo momento. Vi ho trovato una retorica pacchiana molto superflua che non va al sodo, pensando ai riferimenti antologici come Manzoni (che oh, mi rilessi quattro anni fa i Promessi Sposi perché intero non l’avevo mai letto) e al tono enfatico molto superfluo, ma che evidentemente senza essere particolarmente affascinante si è resa addirittura virale e si può riassumere in un “Noi siamo diversi, siamo più colti e per questo ci occupiamo dei nostri anziani”. Questo pensiero si impernia su tre punti che non erano quelli su cui chi mi aveva mandato il messaggio si era soffermat*

  • il paradigma secondo cui a una istruzione umanistica debba corrispondere poi nelle persone per forza un carattere caritatevole o non so, ecumenico?
  • una contrapposizione dicotomica e semplicistica tra le radici romane (greche no, meglio di no, troppo complesso e profondo coinvolgere i greci, ti immagini? Elettra, Medea, Arianna…no no, il bistrattato buon Enea fa sempre comodo) e una diversa tradizione germanica?
  • un perpetrato nazionalismo anacronistico che fa della romanità italiana l’epicentro di una dichiarata superiorità morale?

Mi ha messo una grande tristezza vedere come non venisse percepito così ma anzi come qualcosa di giusto da dire nei confronti di un essere sgradevole come Boris Johnson. Ho pensato a come ci fossero mille modi diversi di riflettere su quello stesso argomento, persino via catena di Whatsapp. Ho pensato a come sarebbe stato importante riflettere sul senso di comunità, di trasmissione del ricordo, di cosa significhi assistenza sanitaria universale, a come questa trascenda da molto tempo la romanità. Il messaggio si concentrava su quella invece, ignorando anche altri casi di solidarietà tra generazioni propri della storia contemporanea (o del secolo XX) italiani, come l’alluvione del 1966 e l’esondazione dell’Arno, o altri momenti che la retorica del patriottismo italiano laico recente ha sfruttato, come ricorda Raimo nel suo libro.

E invece demagogicamente si era tornati a Enea, a una scissione potenziale tra chi è romano o meno, tra pericolosi discorsi su chi può dire di rappresentare e essere dentro quella romanità e chi no, tra le radici romane dell’Europa perché no, e chi ha appoggiato la Brexit…..

Mi sono anche ricordata che ho imparato l’inno italiano tardissimo, che mi insegnarono prima le parole di quello francese a circa 8 anni (anche perché nel mio libro di pezzi di violino del metodo Suzuki c’era la Marsigliese SANTOCIELO) e che mi senta sempre un po’ a disagio quando ci sono gli inni nazionali, in qualsiasi circostanza.

p.s: sembra essere che la lettera / messaggio sia stato scritto da Mauro Berruto, commissario tecnico della nazionale di pallavolo maschile. Sono una lamentona.

Foto: un muro spagnolo ai gusti nocciola, fragola e lampone. Spagna 2019