Tactile emotions I

I understand museum display as a translation of codes from one system of symbolic signs into another. This has been performed since the XIX century with a one-directional top-bottom approach constructing taxonomies that were usually described in a written form, and the hierarchies within the displayed heritage were built through space construction mostly.
The emotional and the tangible dimension of heritage (historic, natural and artistic) and its effects have been just started to be explored.
Although I acknowledge that museums narratives cannot be neutral due to museums own essence, I wonder if what is understood under participatory museum is a way of solving this dilemma. The outsourcing of content creation to external agents is what leaves me perplex the most, as I see it as a form of delegating responsibility on the exposed objects and therefore their translation possibilities. I believe this form of participation to be a two-edged sword: while attempting to be inclusive by targeting usually under-represented social segments and engaging them in a new and deeper way, this practice 1) is not as straightforward as it could seem, since it replicates hyerarchic patterns in most cases 2) leaves an empty space on ownerships of the contents, as the institutions pretends to be a blank space in which other agents operate.
Who can be held accountable for the displayed content? To whom does the displayed heritage belong?
If museums narratives fail in being inclusive regardless of the means they employ and they will never become a neutral scenario of representation, what is the purpose of museums?
After the burnt of the Brazilian National Museum a weeks ago, the Guardian wrote what proves to be the factor on which museums socially rely on in my opinion:
Some held out hope that the collection might have been digitised, but this possibility gave little solace to those whose identities were shaped and bolstered by the tangible presence of sacred or historically significant items.

Tactile emotions – the wonder museums generate in us, is only achieved through this.

Last June I joined a guided tour of El Born CCM, Barcelona*. The tour ended with the guide showing us a display of bombs fallen on the city during the War of the Spanish succession – the historical moment the museum focusses on. The guide told us that three bomb per person fell on the city in 1714. The bombs he was talking about were there there in front of us and people with me were not 100% serene about it.

Not the same as walking through the Nazi concentration camp of Sachsenhausen, where instead I saw people calmly eating a sandwich next to the Genickschussanlage, where Nazi shot people in the neck fyi.

In both cases I was annoyed (in the latter, upset): in Barcelona because the rethoric of David against Goliath was a bit too much, in Oranienburg because I couldn’t (and still can’t) grasp how people stomachs could open in that place.

Altogether, the thing is that visitors should be overwhelming entities for museums.
The universe of emotions related to tangible heritage and their untranslatabilities is what we should concentrate on, as they generate conflicts of immense proportions in individuals and are the reason why visitors still go to museums. I believe there is a strong need to show weaknesses to create emotional bonds in society and museums are no exceptions: on the contrary, thanks to their authority they have the potential to do so. Facing the fact that museums will stay systems of control, I ask myself how can a museum (digitised or physical) be transparent toward its visitors and show its partiality. What would happen if visitors were provided with emotional maps relating to their feelings and the exhibits before entering the exhibition space, a guide of emotions instead of a table of contents? It would be again an ever changing manipulative narrative, but it would be honest in its methods and this seems to be something museums have fail to be over centuries.

Still.

How could we though regulate the potential surveillance system that this would generate? Could we at all?

Can you imagine what it would mean to undergo an emotional screening before entering a museum and be shown only selected content, like a Netflix sort of experience?

I am interested in studying how contingent emotional frames create and can be considered responsible for long term awareness, and how spaces of knowledge exchange could be reshaped.

*disclaimer: my reasearch is about this center.

References:
Dicks, B. (2016) “The Habitus of Heritage: a Discussion of Bourdieu’s Ideas for Visitor Studies in Heritage and Museums”, Museums & Society 14 (1), pp. 52-64
Lynch B., Alberti S.J.M.M (2010) “Legacies of prejudice: racism, co-production and radical trust in the museum” In Museum Management and Curatorship Vol. 25, No. 1, March 2010, pp. 13-35
Smith L., Campbell G. (2015) “The elephant in the room: heritage, affect, emotion” in W. Logan, M Nic Craith, U. Kockel (2015) A Companion to Heritage Studies, Wiley-Blackwell
Uzzell, DL and Ballantyne, R. (1998) „Heritage that Hurts: Interpretation In A Post Modern World‟ in DL Uzzell and R. Ballantyne (eds.) Contemporary Issues in Heritage and Environmental Interpretation: Problems and Prospects, London: The Stationery Office. pp 152-171
Zubrzycki G. (ed.) (2018) National Matters: Materiality, Culture, and Nationalism, Stanford: Stanford University Press

Picture: Budești Josani church, Romania, Unesco Heritage site, 7 pm mass, August 2018, by me.

Leggere la materialità

Nell’estate del 2010 avevo concluso il mio primo anno di laurea specialistica (o magistrale? boh, non ho mai capito la differenza). Il corso di laurea aveva un nome molto pomposo ed era Máster Oficial en estudios avanzados de museos y patrimonio histórico-artístico *.

In Spagna credo di non aver mai fatto un esame orale in stile italiano, tanti seminari e presentazioni, ma mai un orale. Scrivevamo i nostri bei saggetti, consegnavamo e a volte presentavamo. Tutto entro giugno. Non so nemmeno se ci fosse modo di lasciarsi cose per settembre. In altre parole, avevo un sacco di tempo libero. L’estate si srotolava, mi muovevo tra Argüelles, Malasaña e Lavapiés, tornare a casa di notte al fresco lungo Gran Vía era la mia quotidianità, e durante il giorno oltre a lavoricchiare, studiavo, scrivevo e mi facevo un sacco di domande curiose. Poi alla fine di luglio me ne andai a Berlino per un paio di mesi a studiare tedesco.

Nel gennaio del 2008 Manuel Borja-Villel, fino a quel momento direttore della Fundación Antoni Tàpies a Barcellona, era stato nominato direttore del MNCARS, il Reina Sofía. Non fosse stato così, sono sicura che le mie lezioni specialmente con certi professori, v. sotto, sarebbero state diverse, meno entusiaste e partecipi. Credo che loro stessi ne avessero voglia.

Quell’estate il Reina aveva un programma di esposizioni e attività che era un macello, una bomba. Di una modernità per i canoni spagnoli (e ancor più madrileñi) dirompente, paragonabile secondo me al programma della Haus der Kulturen der Welt di Berlino. Rendendo un gran omaggio al proprio nome, centro d’arte, presentava al pubblico una fucina di riflessioni totalmente fuori tempo massimo rispetto a altri paesi, e pregnanti nel loro essere contemporanee. Pura Spagna.

Mi è estremamente difficile spiegare i temi delle mostre di quell’estate, tanto sono intricati: pochi formati classici e nessun vero nome grande. Principio Potosì e l’arte coloniale (che scopro ora era davvero una cooperazione con la HKW di Berlino), una associazione di idee random, sperimentalismi architettonici latinoamericani.

Ricordo di essere nella piazza antistante una sera, assistendo a uno spettacolo di danza credo del Veranos de la Villa, e di rendermi conto che il gran poster che occupava come sempre la facciata del Reina fosse la rappresentazione di un rizoma. Non si capiva n u l l a. Lo ricordo in bianco e nero con nuclei e frecce che indicavano connessioni logiche e neanche temporali.

Purtroppo non ho foto di quel poster e internet non mi aiuta. Iniziai a pensare a quanto fosse bello trovarsi lì in questo momento in cui il postmodernismo era arrivato in Spagna, in ritardo, come diverse altre cose, e sarebbe stato affascinante scrivere la tesi analizzando i foglietti di sala, i poster, la comunicazione intera del museo, per svelare un cambio di paradigma. Nella frescura estiva di Berlino e del Grimm Zentrum buttai giù diversi indici, liste di parole chiave, bibliografia. Scrivevo un sacco.

Poi buttai via tutto perché ebbi molta paura di non sapere cosa farmene del descrivere una correlazione tra il livello filosofico e quello materiale, indicato dalle variabili della comunicazione. Avevo timore di perdermi nelle letture, di affondare in Deleuze e non sapere come gestirlo, e mi sembrava fine a se stesso. Quindi scelsi di concentrarmi sui finanziamenti pubblici a musei cercando di definire le differenze nei profili delle politiche culturali di tre amministrazioni locali perché era più facile e pratico.

Molti anni dopo, non trovando tregua e avendo quell’idea sul postmoderno che arriva in Spagna, sono in quella fase in cui quando leggo articoli che parlano dello sfasamento culturale spagnolo dico “ah vedi, non era del tutto fuori fuoco”. Il ritardo spagnolo è la sua fortuna, in parte, dicono alcuni. La politica culturale di un’amministrazione è l’espressione concreta di una teoria, e i musei sono una chiave di lettura, un elemento di studio con delle variabili. Leggerne la materialità è un esercizio complicato e dominare gli strumenti teorici per farlo è la cosa che più mi costa, di sicuro perché preferii i finanziamenti a Deleuze all’epoca.

Se cerchi o hai dei suggerimenti di lettura, scrivimi!

Foto: IVAM, Valencia, maggio 2018

 

*cercando il link ho scoperto che la UCM non ha ancora fatto far pace ai prof dei due bandi. Il programma è totalmente diverso, e i miei docenti preferiti non ci sono più: Lola Jiménez Blanco, Estrella de Diego e Fernando Checa. Checa mi suggerí di leggere Crónica de una seducción de Joseba Zulaika un paio di settimane dopo aver iniziato il corso. Andando a trovare il mio professore della UB nel suo studio un paio di settimane fa lo vidi in cima a una pila di libri in terra. Click.

p.s: con molta tenerezza trovo una delle tante email d’amore a docenti mandate nel corso degli anni risalente a quell’estate, con tutti i suoi errori e la sua sfacciataggine. Il grassetto è di oggi:

La semana pasada he estado en la presentación del libro Principio Potosí-Reverso, y la verdad es que fue bastante interesante, no tanto por el tema del libro y de la exposición, más bien para los concepto expuestos y la línea del museo, No sé si haya sido grabada, pero con solo buscar los términos utilizados por los ponentes, se notaría la cantidad de “oblicuo”, “hibridez”, “transcultural” “margen” “periferia-centro” y etc. 
De todas formas, sería interesante también saber quien ha proyectado y a partir de que premisas teóricas (aunque se puedan intuir), la gráfica del cartel principal de todas las exposiciones temporales, dónde aparecen decenas de flechas que conectan las exposiciones entre sí.
Es un manifesto desorientador y potente a la vez, yo creo.
No tengo las ideas muy claras sobre como estructurar el trabajo, pero espero algo se desarrolle de manera más coherente con más estudio e investigación.”

 

Il Louvre e liberté, égalité e Beyoncé per davvero

Jay Z e Beyoncé hanno girato un video al Louvre e tra tutti gli ah e eh delle recensioni al video che si susseguono da un paio di settimane, il Louvre (quello di Parigi) ha proposto una cosa super pop e che è probabile sia la ragione principale per cui il museo ha acconsentito a far girare il video: il tour del museo con le opere del video.

Come riporta l’agenzia France Presse non è il primo tour tematico del Louvre ispirato ai video e alla loro iconografia. Tanto meno è la prima iniziativa di un museo che si basi su riferimenti cinematografici, musicali o simili, come esaminava un paio di mesi fa il Washington post.  Nina Simon analizzava su Museum 2.0 poco dopo l’articolo e le iniziative citate, tra le altre la sua, aka del Santa cruz Museum of Art & History, e descriveva quelle dei musei “grandi” (da cui esclude, giustamente, il suo lavoro) come una pratica barbina di audience development.  E così scrive:

What does this list have in common? Youth. Urbanity. Affluence. Whiteness. Reading this article made me wonder: what are the greatest diversification issues in museums today? When we talk about the need to engage new audiences, who are we primarily talking about? This article implies that the most important new audiences are white, urban millenials with money to spend. 

Serviva al Louvre usare Jay Z e Beyoncé per attrarre visitatori? Come sempre, che visitatori vogliamo?

Che l’iniziativa del Louvre sia una cosa superflua (sarebbe fantastico (per me) conoscere la variazioni di pubblico prima e dopo) a me salta un po’ agli occhi, perché, se è vero che la metà degli otto milioni di visitanti del Louvre hanno già meno di trent’anni, sono i tempi così duri che ce ne vogliono degli altri? O è solo un vezzo?

Mi affascina leggere che il Louvre non abbia dichiarato quanto sia stato il proprio cache per far girare il video (anche se immagino spunterà fuori a un certo punto, in qualche noioso documento di fine anno), e mi fa tenerezza perché immagino le infinite presentazioni sul ReturnOnInvestment che il video avrebbe portato al museo, dato che in questo caso poi l’investimento è tutto di immagine. Un’immagine per un’immagine. E considerando che di sicuro hanno fatto i loro conti per bene, mi viene da pensare a un paio di autori e al ritorno dei musei ai parchi tematici, alla competizione che i musei hanno sviluppato con le istituzioni che avevano a modello. Mi chiedo come saranno queste visite, quale saranno gli script dei contenuti e le opere che realmente si mostreranno.

Mi chiedo quanto si impiegherà a spostare la Gioconda a Charles de Gaulle, un progetto di cui analizzammo qualche dettaglio quasi esattamente un anno fa a Berlino con amici di amici. Si parlava delle mostre, della noncuranza con cui le opere vengono trattate per essere esposte il più possibile in più posti possibile, della passione viscerale dei visitatori per vedere l’originale ma rimanerne poi delusi data l’ottima qualità delle versioni digitali delle stesse opere cui sono (siamo) abituati. E appunto ci immaginammo la meraviglia di spostare la Gioconda. Per me si trovava appesa al centro di un edificio cilindrico, avvolta da tapis roulant da aeroporto, tra un terminal e l’altro, e chi era interessato a vederla, non sarebbe entrato più a Parigi ma avrebbe fatto semplicemente scalo in aeroporto e via. Puf.

Spero la porteranno via presto, e chissà magari i musei saranno circhi di immaginari collettivi per davvero, apertamente e con gusto.

 

Foto: il museo espone il parco di divertimenti: mostra fotografica di bambini locali del secolo scorso, San Cristóbal de las Casas, Messico, luglio 2017.  La bambina vera è a sinistra, fyi.

 

p.s: Il tour che ora proporranno (di cui non trovo ancora traccia almeno nel sito, su facebook nemmeno) dovrebbe aver quindi per oggetto le opere del video, facendo leva su un postcolonialismo pop che vorrei tanto sapere come verrà presentato. Ci collegheranno l’attualità di Parigi? Francese? Europea? O si parlerà solo di quanto grandiosamente il Louvre sia stato un paladino di libertém

p.p.s: i riferimenti bibliografici sono ovviamente Tony Bennett e Douglas Crimp

p.p.s.: notevole secondo me è anche il cambio di frames di narrazione storica in un video facebook di Al Jazeera in cui si parla della colonizzazione europea da parte di Napoleone. Certo, sentito e studiato in contesti accademici. Ma in un video di Facebook di Al Jazeera?! Magnifico.

Tassonomie effimere

La mia prima pressa per essiccare fiori e foglie l’ho costruita quando avevo nove anni, e da lì in avanti non ho mai smesso di curare il mio erbario, anche se sempre più irregolarmente. Sull’erbario ho imparato a scrivere i nomi comuni delle piante che trovo e, se lo conosco, il corrispettivo nome scientifico secondo la nomenclatura binomiale. Le prime sono state sicuramente la malva, la camomilla e una foglia di tiglio su cui si vede benissimo la macchia di vinavil che ci avevo versato. Non è niente di fancy, anzi: un raccoglitore ad anelli blu su cui mia sorella aveva incollato la scritta “erbario” ritagliandola in una carta plastificata adesiva rosa. L’aveva dovuta scrivere a rovescio sul retro della carta e a me era sembrata fantascienza vedere che poi, incollata, si potesse leggere da sinistra a destra.

Nel 2015 viaggiai per la prima volta fuori dall’Europa, e via Emirati arrivai direttamente all’Equatore prima di andare in Indonesia. A Singapore mi fermai soltanto una notte a casa di amici. Le food courts erano impeccabili, l’umidità era straordinaria così come l’aria condizionata della metro, io ero stravolta e non mi entravano i piedi nelle birkenstock da quanto mi si erano gonfiati in aereo, ed è il primo grande posto dove io sia mai stata. Ma l’effetto di meraviglia che le dimensioni delle piante lungo il tragitto dall’aeroporto al centro mi provocarono è quello che ricordo più distintamente e la cosa che più mi impressionò. Arrivata in Indonesia la cosa che sopra ogni altra sortì su di me l’effetto “Ciao sei in un habitat diverso dal tuo, umano caucasico” fu rendermi conto del fatto che le piante che io conoscevo come piante da interni fossero in questo contesto degli alberi immensi. Come queste felci, che vengono da questo posto qua.

Mi succede ad ogni latitudine, ma in particolare tra i due tropici. Mi si riempiono gli occhi di colori, l’adrenalina sale, e non riesco a trovare una ragione per non rimanere là che non sia la mia paura primermundista di compiere una scelta grande.

Esistono due livelli di riflessione in questa vicenda che mi danno da pensare: la prima è lo straniamento. Proprio come lo straniamento di Brecht, forse solo la natura e nello specifico la flora è in grado di esercitare un effetto così potente su di me. Così come ricordo l’Indonesia nel 2015, ricordo quasi dieci anni prima l’Olanda, quando per la prima volta vidi delle conifere in pianura, cosa che continuava a stupirmi in Germania quando ci abitavo. O le betulle come piante d’arredo urbano a Berlino. Le betulle nella mia memoria visiva si trovano all’orto botanico e gli abeti crescono in montagna.

I riferimenti iconografici urbani che ho a disposizione sono così interiorizzati nella mia persona, e il primo e il secondo e il terzo mondo sono così omogenei in questo, che solo le piante riescono ancora ad attrarre la mia attenzione e a richiedermi concentrazione nell’orientarmi.

La seconda è questa passione un po’ ossessiva per la tassonomia che riscontro in me e altre persone. A giugno dell’anno scorso dentro al Cosmocaixa a Barcellona ho scoperto una cosa meravigliosa e secondo me molto indicativa: una parete intera di foglie di piante di grandi dimensioni essiccate e appese su più livelli ad una parete lungo una grande scala che i visitatori usano per passare da un piano all’altro della zona espositiva. Eccolo:

Là qualcosa ha fatto click e ho realizzato che Taxonomy is everything for the non believers.

Mi si è sgretolata la spinta illuminista della tassonomia in botanica.

Un barocco ansiogeno bisogno di fermare l’effimero è tutto quello che vedo ora in questo interesse: l’erbario di proporzioni enormi è l’eterotopia del tempo, forse, un’altra versione del museo di Foucault legata a circostanze eccezionali, queste, in cui viviamo e per le quali mi sento in obbligo di dover trovare dei motivi irrinunciabili per prendere un aereo e spostarmi di continente.

Foto: una foresta per dinosauri, Alta Verapaz, Guatemala, marzo, 2018.

Metonimie e habitus: lo sguardo

Nel 2004 in una domenica di fine maggio di seconda liceo, ovvero la quarta superiore del classico, andai con tre dei miei migliori amici a Ferrara, quelle tre ore di regionale da Pesaro, per vedere una mostra di Robert Rauschenberg a Palazzo dei Diamanti (questa). La sera precedente eravamo stati ad una festa e poi con uno di loro eravamo stati in spiaggia fino a tardi (sulla fortuna adolescente di avere una spiaggia a portata di mano da aprile a ottobre in un altro momento) e andammo a prendere il treno in condizioni disdicevoli ma molto innamorati.

Rauschenberg era ancora vivo, e noi quell’anno si era in un profondo trip filo artistico e si viaggiava molto per musei e mostre – con uno dei tre ero stata a Venezia a gennaio dello stesso anno a vedere una mostra su Giorgione ed eravamo rimasti ipnotizzati davanti a I tre filosofi per almeno quaranta minuti. Quando lo rividi a Vienna nel 2013 ormai ero diventata abbastanza di pietra da non commuovermi per il ricordo, che non era così vecchio ma apparteneva a persone lontanissime, ma fu comunque strano.

Rauschenberg, dicevo, era ancora vivo nel 2004, e noi qualche mese prima avevamo tenuto un corso sulla pop art a scuola di tre ore che se ci ripenso è una delle cose più belle che io abbia mai fatto: un seminario in cui spaziavamo tra arte figurativa, letteratura e musica dopo aver studiato e studiato per conto nostro come metterlo in piedi per alcune settimane. Eravamo esaltatissimi. La mostra mi commosse, avevo 18 anni ed era tutto molto idillico. Rauschenberg all’epoca era per noi innanzitutto presente, era la coronazione delle nostre aspettative tardo-adolescenti: un maestro della pop art, le cui opere si distinguono per la materialità della pittura, la compresenza di mezzi e codici distinti sulla tela, era là a portata di mano ed era tutto straordinariamente reale. C’era un aspetto ulteriore, però, che ho decifrato solo in questi giorni.

Qualche anno dopo mi concentrai sulla metonimia in linguistica cognitiva. La metonimia è quella figura retorica che si riassume in italiano spesso con “la parte per il tutto”. Quella è in realtà solo una delle forme con cui si esprime linguisticamente la metonimia. In forma più estesa si tratta di un meccanismo che fa sì che ci esprimiamo con riferimenti parziali per riferirci alla totalità, convinti (o nella speranza o anche per evitare) che l’interlocutore ci capisca. Perché la comunicazione sia efficace, il background cognitivo con cui emittente e ricevente scambiano messaggi a contenuto metonimico (e che ne sottinende il significato) deve essere condiviso da entrambi, altrimenti non avviene comunicazione. Se una persona non ha idea del fatto che la Commissione Europea ha sede nella capitale belga, dire “Bruxelles invita i paesi membri a spingere i propri cittadini a fare picnic ogni sabato nei prati limitrofi ai centri città” non ha nessun valore, non tanto grammaticalmente (cosa che ci farebbe avvicinare al Noam Chomsky), ma determinerebbe una comunicazione soltanto parzialmente efficace, destinata a generare dubbi e quesiti.

La metonimia è chiaramente anche uno strumento poetico, e per esteso artistico, e dieci anni fa passare dalla lingua al museo come sistema comunicativo è stato un attimo, per me.

Recentemente, dopo averlo studiato nel 2009 per la prima volta,ho riletto On the Museums Ruins di Douglas Crimp e, riprendendo la sua analisi di Rauschenberg collegandolo al postmodernismo, ho messo insieme un po’ di pezzi. Dopo mesi trascorsi a leggere Pierre Bourdieu e studiare il concetto di habitus, ovvero il concetto che traduce sia il filtro che noi applichiamo all’interpretazione della realtà e delle relazioni che intessiamo ma anche il retroscena stesso che ci ha portati a dar forma a quei filtri per via di esperienze pregresse e della nostra posizione dentro il sistema sociale, mi rendo conto che sono la parzialità dello sguardo e del mezzo che mi affascinavano in Rauschenberg, e questo è talmente influenzato dal mio di habitus da far girare la testa.

Il contrasto profondo tra quella che considero l’inevitabile parzialità dello sguardo e le forme in cui si manifestino ideologie di ogni tipo sta diventando una tra le mie più grandi preoccupazioni. E l’insofferenza provata in passato a tratti per gli studi postmodernisti perché trovavo giustificassero pigramente una propria incapacità di analisi svanisce all’istante, in un momento storico in cui credo sia invece imprescindibile riconoscere la parzialità di qualsiasi prospettiva.

Ricostruire a posteriori una traiettoria semi coerente nel modo in cui ci si è avvicinati a concetti astratti è affascinante, egoista e vanitoso insieme.

Foto: La cosa più bella che abbia visto nel terminal dell’aeroporto di Dulles, Washington, marzo 2018

p.s.: quando parlo di habitus e di come mi sconvolga è perché io ricordo molto bene essere a Palazzo dei diamanti a Ferrara tra 1992 e 1993 a vedere Monet e Chagall in due mostre separate.

p.p.s: la soundtrack di tutto questo è stata Immunity di Jon Hopkins.

Chi è il pubblico della cultura qui?

C’è una questione che non mi spiego ancora e di cui mi sto accorgendo lentamente e mi cruccia assai, mentre mi ambiento al sud.

Ho vissuto per diversi anni in Germania, in cui vige un sistema di gestione della cultura che in gergo tecnico viene definito europeo continentale e che principalmente consiste nel mantenere titolarità e gestione dell’ampia maggioranza delle istituzioni culturali in mano pubblica. Sul fronte pratico, a me cittadino viene offerta una serie di servizi e di possibilità di cui posso godere in cambio di contributi economici di diversa entità via tasse o spesso contributi diretti (tipo, i biglietti di ingresso). L’apporto del cittadino è relativamente basso, ad esempio il costo previsto per l’utenza delle biblioteche comunali berlinesi è di 10€ annuali, una conferenza può costare circa 6€ ma un abbonamento a Transmediale ne costa 90€, un concerto a un festival come Maerz Musik (una figata, va da sé) può costare anche 20€. Attenzione, le tre cose che ho citato non sono equivalenti: Transmediale è organizzata (e finanziata in buona parte) da un entità nazionale, ovvero la cosa più simile a un Ministero della Cultura che esista in Germania, dove la cultura grazie al Nazionalsocialismo non è di competenza nazionale; le biblioteche sono appunto comunali e Maerz Musik è organizzato da Berliner Festspiele un progetto della KBB, ovvero una società a responsabilità limitata che co-gestisce anche la Haus der Kulturen der Welt, organizzatrice di Transmediale e della Berlinale. Un casino? Sì, spesso e praticamente ovunque, il settore pubblico partecipa in forme diverse in società private con cui co-controlla, gestisce e finanzia le sue stesse creature.

Durante i sei anni e rotti che ho passato a Berlino ho rimpianto moooolto il fatto di non poter andare a conferenze senza pagare un biglietto, di dover pagare per prendere libri in prestito ecc. Non solo, mi stupiva moltissimo che non fossero così presenti fondazioni di assicurazioni o banche che contribuissero alla vivacità culturale della città a titolo gratuito, e che persino la libreria di quartiere chiedesse un contributo spesso intorno ai 5€ (!!) per assistere alle presentazioni dei libri. Ma mi sono abituata in fretta: come? Riducendo subito quello per cui ero disposta a spendere e godendomi un’offerta culturale splendida (non la rimpiango affatto, oh no….). Da non sottovalutare naturalmente è il sistema assistenzialista tedesco per cui tutti i prezzi che ho citato sono previsti per chi non gode di sussidi o aiuti.

Trasferitami al sud e non in una capitale, e avendo ripreso a studiare politica culturale dopo qualche anno di pausa, ho iniziato a rivedere un attimo il mio entusiasmo di anni prima.

Ricominciare a studiare questi temi e avendo in mente me come cittadino che ne gode con un budget è davvero illuminante.

Dopo qualche mese qua sto notando delle dinamiche che non mi piacciono, anzi mi turbano anche parecchio. Prendo ad esempio il mio ultimo weekend a titolo esemplificativo di quello che sto osservando.
L’altro ieri sono andata a teatro (teatro di titolarità regionale) e il mio biglietto costava 10€, quasi loggione, il teatro era pieno per meno di metà; sabato sera sono andata a uno spettacolo di danza contemporanea in un posto meraviglioso (con una web orrenda) di cui di più in un altro momento e l’ingresso era gratuito perché era finanziato da una fondazione privata, e oggi sono andata a vedere un film che avevo perso alla Berlinale dell’anno scorso nella cornice di un festival di cinema & diritti umani e quando ho fatto per pagare il tizio alla cassa mi ha detto “se mi vuoi pagare a me non c’è problema ma è gratis”.

Fantastico, a costo 10€ ho riempito il mio fine settimana di eventi che mi hanno fatto sentire parte di un universo simbolico, mi hanno dato la possibilità di riflettere su temi di attualità, mi hanno inserita nel contesto della mia nuova città e blablablabla. Le mille ragioni pratiche e astratte per cui la “cultura” è finanziata.

Dov’è il mio problema?

  1. Il pubblico degli eventi
  2. la sostenibilità di questo sistema

Il pubblico degli eventi era in stragrande maggioranza over 60. Donne, in ghingheri per l’evento, come è normale che sia al sud.
Di nuovo, dov’è il problema? Dove sono i miei coetanei, o anche quelli ancora più giovani di me che di sicuro non hanno molti soldi? Senza essere reazionari mi chiedo, che tipo di abitudini hanno? me lo aveva fatto notare un’amica di qua che alla filmoteca dove il biglietto mi pare costi 3€ per gli studenti o forse 2€ non va nessuno, ma proprio nessuno.

Perché non sfruttano un’opportunità gratis? Come mai?

La seconda domanda ha tutt’un altro aspetto ed è: come può essere sostenibile questo sistema? Le biblioteche qua son chiuse il sabato, del t u t t o. Sarei disposta io a pagare 10€ all’anno per vedere aumentati i servizi di apertura al pubblico, anche se il mio stipendio è di un terzo (un terzo, cazzo) più basso che in Germania? Sì. Sarebbe uno stravolgimento di mentalità per qui? Assolutamente. (sarò mai contenta da qualche parte? Boh).

Come si arriva a portare a termine un cambio di frame nella gestione di politica culturale di un paese? Ho due esempi splendidi di gestione a portata di mano su cui pensare e non ci faccio niente? Manco morta.

P.s.: la mia infatuazione platonica dell’inverno, dopo quella estiva per Clive Gray, Nicolás Barbieri

Foto: Valencia, gennaio 2018.

Clichés grandi come Appenzeller

Ho pensato per anni che la Svizzera fosse un gran posto dove poter vivere per un po’ di tempo, il compromesso giusto, ricchi sfondi ma neutrali sulla carta, dove si parla tedesco ma anche italiano. Ma non avevo mai avuto modo di metterci piede. Poi ho avuto culo, spostandomi dalla Germania: per lavoro ho passato tre settimane a Zurigo, tra novembre e dicembre.

Che sarebbe stato straniante lo immaginavo, solo non ne avevo chiara la portata. Mi ha sconvolto tutto, parlare in tedesco 24 ore al giorno, trovare la Coop, poter comprare il panettone al Kg, trovare le mie cose crucche preferite, tipo il tè Alnatura o i detersivi Bio a prezzi più economici che in Spagna. E la neve, il freddo, l’aria gelata senza umidità che ti sveglia la mattina quando vai al lavoro. Le montagne intorno a Zurigo, i laghi grigi. Gli abeti, l’odore di formaggio, le luci di Natale. LA GRAFICA DEI MANIFESTI DI QUALSIASI COSA (una raccolta di riferimenti sotto). Tutto, ma proprio tutto.

Non è facile da spiegare, se non la hai mai avuta in testa o percepita, la sensazione di gratitudine che ti avvolge quando all’improvviso inizi a vedere l’ambiente in cui vivi in modo positivo o quanto meno neutrale, o inizi a cercare di ignorare quello che va male o ti potrebbe turbare.
Questo processo ha avuto un sacco a che fare con passare tempo da sola, nel mio caso. Me ne son resa conto verso maggio. A maggio a Berlino ha piovuto sempre, ma proprio sempre, e faceva un freddo cane. E tutti si lamentavano. A me semplicemente lasciava indifferente. Perché cosa potevo fare, tornare a casa e dirlo al mio gatto? Me ne sono resa conto dopo qualche settimana che il punto era che non me ne fregava niente del tempo, che volevo concentrare le mie energie su altro.

Di energie ne ho avute pochissime l’inverno scorso, e ho imparato a concentrarle solo sulle cose e le persone che hanno priorità. Forse è egoismo, non lo so. Ho raffinato e alzato le mie aspettative, ma le ho anche aperte da morire. E se mi ha sconvolto e fatta allontanare di corsa da sé N. quando a giugno mi disse che frequentava solo persone che lo motivassero dal punto di vista intellettuale, nell’arco di tre mesi ero arrivata alla sua stessa conclusione.

E quindi sulla scia dello stare da soli e fare quello che è importante non solo ho cercato di studiare stando qua a Zurigo, ma ho anche chiuso un cerchio. Sono andata alla Fondation Beyeler da sola (obv.) e ci ho passato tre ore esaminadola e studiando me, una cosa semi spirituale per arrivare a una conclusione molto concreta.

La Fondation Beyeler è un museo di arte contemporanea privato nato dalla collezione dei coniugi Beyeler. Lui era un mercante d’arte e ha messo in piedi una collezione ottima di classici di arte moderna iniziata un po’ per caso (gli capitò all’inizio della carriera di comprare, o ricevere quasi in regalo neanche ricordo più bene, una serie di Klee). Il museo è stato inaugurato nel 1997 in un edificio di Renzo Piano con risvolti White Cube e una vetrata sulla campagna al confine franco-svizzero. Da giovane ci persi la testa. Ma proprio. Mi sembrava il luogo perfetto dove trovare la pace dei sensi: un museo piccolo, con delle opere eccezionali, dove il fondatore andava al lavoro in bicicletta, fuori dal mondo. Poi, complice l’inverno scorso, bam! Mi son resa conto di quanto fosse puro compiacimento, di quanto non ci fosse nulla di vero in quella storia che mi ero raccontata per anni. Di quanto vedere Rothko dal vero non mi dicesse più niente, e abbassare (sempre di meno..) l’età media dei visitatori di un museo di arte moderna e contemporanea non mi interessi minimamente più.

Mi ha stordito e nauseato l’astrazione dei sentimenti di quelle forme figurative. La tendenza verso l’assoluto che mi affascinava a vent’anni ha finito per essere stucchevole e fuori luogo. Ho voglia di saperne di più e solo di cose limitate. Di urbanistica, di sociologia, di spostamenti e migrazioni, di scienze naturali, di geologia e botanica.

Tornata quest’estate da un lungo viaggio avevo questa stronza ambizione di parlare solo con chi venisse dal Centro o Sud-America, chi lavorasse a progetti di arte o chi fosse completamente pazzo. Probabilmente grazie a questo è stata l’estate più piena della mia vita, non ho smesso mai di curiosare, chiedere e imparare. Anche se mi è un po’ passata la fissa arrogante, non mi è passata la voglia. Per la stessa ragione, non ho voglia io di raccontare baggianate a chiunque. Vediamo di darci a vicenda opinioni o studi interessanti. Altrimenti, cosa dirsi a fare che il tempo fa schifo, se non ne studiamo il perché?

La mia lettura bisettimanale: Medusa

Grafica Suisse:

Teatro di Basilea

Musem für Gestaltung

E la bibbia: http://100-beste-plakate.de/

Foto:un’ortensia surgelata, Zurigo, dicembre 2017.

post scriptum vero, cioè post pubblicazione: questo post era in bozza dall’undici dicembre perché non avevo mai aggiunto le foto. Stamattina mi è arrivata questa Newsletter di Ivan, che è una delle pochissime persone che io ho conosciuto grazie all’Internet. Provo una stima e un affetto per lui che trovo difficili spiegare e di nuovo mi meraviglio di come sia splendido vedere come si arrivi spesso a conclusioni simili a distanza.