Tassonomie effimere

La mia prima pressa per essiccare fiori e foglie l’ho costruita quando avevo nove anni, e da lì in avanti non ho mai smesso di curare il mio erbario, anche se sempre più irregolarmente. Sull’erbario ho imparato a scrivere i nomi comuni delle piante che trovo e, se lo conosco, il corrispettivo nome scientifico secondo la nomenclatura binomiale. Le prime sono state sicuramente la malva, la camomilla e una foglia di tiglio su cui si vede benissimo la macchia di vinavil che ci avevo versato. Non è niente di fancy, anzi: un raccoglitore ad anelli blu su cui mia sorella aveva incollato la scritta “erbario” ritagliandola in una carta plastificata adesiva rosa. L’aveva dovuta scrivere a rovescio sul retro della carta e a me era sembrata fantascienza vedere che poi, incollata, si potesse leggere da sinistra a destra.

Nel 2015 viaggiai per la prima volta fuori dall’Europa, e via Emirati arrivai direttamente all’Equatore prima di andare in Indonesia. A Singapore mi fermai soltanto una notte a casa di amici. Le food courts erano impeccabili, l’umidità era straordinaria così come l’aria condizionata della metro, io ero stravolta e non mi entravano i piedi nelle birkenstock da quanto mi si erano gonfiati in aereo, ed è il primo grande posto dove io sia mai stata. Ma l’effetto di meraviglia che le dimensioni delle piante lungo il tragitto dall’aeroporto al centro mi provocarono è quello che ricordo più distintamente e la cosa che più mi impressionò. Arrivata in Indonesia la cosa che sopra ogni altra sortì su di me l’effetto “Ciao sei in un habitat diverso dal tuo, umano caucasico” fu rendermi conto del fatto che le piante che io conoscevo come piante da interni fossero in questo contesto degli alberi immensi. Come queste felci, che vengono da questo posto qua.

Mi succede ad ogni latitudine, ma in particolare tra i due tropici. Mi si riempiono gli occhi di colori, l’adrenalina sale, e non riesco a trovare una ragione per non rimanere là che non sia la mia paura primermundista di compiere una scelta grande.

Esistono due livelli di riflessione in questa vicenda che mi danno da pensare: la prima è lo straniamento. Proprio come lo straniamento di Brecht, forse solo la natura e nello specifico la flora è in grado di esercitare un effetto così potente su di me. Così come ricordo l’Indonesia nel 2015, ricordo quasi dieci anni prima l’Olanda, quando per la prima volta vidi delle conifere in pianura, cosa che continuava a stupirmi in Germania quando ci abitavo. O le betulle come piante d’arredo urbano a Berlino. Le betulle nella mia memoria visiva si trovano all’orto botanico e gli abeti crescono in montagna.

I riferimenti iconografici urbani che ho a disposizione sono così interiorizzati nella mia persona, e il primo e il secondo e il terzo mondo sono così omogenei in questo, che solo le piante riescono ancora ad attrarre la mia attenzione e a richiedermi concentrazione nell’orientarmi.

La seconda è questa passione un po’ ossessiva per la tassonomia che riscontro in me e altre persone. A giugno dell’anno scorso dentro al Cosmocaixa a Barcellona ho scoperto una cosa meravigliosa e secondo me molto significativa: una parete intera di foglie di piante di grandi dimensioni essiccate, appese su più livelli ad una parete lungo una grande scala che i visitatori usano per passare da un piano all’altro della zona espositiva. Eccolo:

Là qualcosa ha fatto click e ho realizzato che Taxonomy is everything for the non believers.

Mi si è sgretolata la spinta illuminista della tassonomia in botanica.

Un barocco ansiogeno bisogno di fermare l’effimero è tutto quello che vedo ora in questo interesse: l’erbario di proporzioni enormi è l’eterotopia del tempo, forse, un’altra versione del museo di Foucault legata a circostanze eccezionali, queste, in cui viviamo e per le quali mi sento in obbligo di dover trovare dei motivi irrinunciabili per prendere un aereo e spostarmi di continente.

Foto: una foresta per dinosauri, Alta Verapaz, Guatemala, marzo, 2018.

Metonimie e habitus: lo sguardo

Nel 2004 in una domenica di fine maggio di seconda liceo, ovvero la quarta superiore del classico, andai con tre dei miei migliori amici a Ferrara, quelle tre ore di regionale da Pesaro, per vedere una mostra di Robert Rauschenberg a Palazzo dei Diamanti (questa). La sera precedente eravamo stati ad una festa e poi con uno di loro eravamo stati in spiaggia fino a tardi (sulla fortuna adolescente di avere una spiaggia a portata di mano da aprile a ottobre in un altro momento) e andammo a prendere il treno in condizioni disdicevoli ma molto innamorati.

Rauschenberg era ancora vivo, e noi quell’anno si era in un profondo trip filo artistico e si viaggiava molto per musei e mostre – con uno dei tre ero stata a Venezia a gennaio dello stesso anno a vedere una mostra su Giorgione ed eravamo rimasti ipnotizzati davanti a I tre filosofi per almeno quaranta minuti. Quando lo rividi a Vienna nel 2013 ormai ero diventata abbastanza di pietra da non commuovermi per il ricordo, che non era così vecchio ma apparteneva a persone lontanissime, ma fu comunque strano.

Rauschenberg, dicevo, era ancora vivo nel 2004, e noi qualche mese prima avevamo tenuto un corso sulla pop art a scuola di tre ore che se ci ripenso è una delle cose più belle che io abbia mai fatto: un seminario in cui spaziavamo tra arte figurativa, letteratura e musica dopo aver studiato e studiato per conto nostro come metterlo in piedi per alcune settimane. Eravamo esaltatissimi. La mostra mi commosse, avevo 18 anni ed era tutto molto idillico. Rauschenberg all’epoca era per noi innanzitutto presente, era la coronazione delle nostre aspettative tardo-adolescenti: un maestro della pop art, le cui opere si distinguono per la materialità della pittura, la compresenza di mezzi e codici distinti sulla tela, era là a portata di mano ed era tutto straordinariamente reale. C’era un aspetto ulteriore, però, che ho decifrato solo in questi giorni.

Qualche anno dopo mi concentrai sulla metonimia in linguistica cognitiva. La metonimia è quella figura retorica che si riassume in italiano spesso con “la parte per il tutto”. Quella è in realtà solo una delle forme con cui si esprime linguisticamente la metonimia. In forma più estesa si tratta di un meccanismo che fa sì che ci esprimiamo con riferimenti parziali per riferirci alla totalità, convinti (o nella speranza o anche per evitare) che l’interlocutore ci capisca. Perché la comunicazione sia efficace, il background cognitivo con cui emittente e ricevente scambiano messaggi a contenuto metonimico (e che ne sottinende il significato) deve essere condiviso da entrambi, altrimenti non avviene comunicazione. Se una persona non ha idea del fatto che la Commissione Europea ha sede nella capitale belga, dire “Bruxelles invita i paesi membri a spingere i propri cittadini a fare picnic ogni sabato nei prati limitrofi ai centri città” non ha nessun valore, non tanto grammaticalmente (cosa che ci farebbe avvicinare al Noam Chomsky), ma determinerebbe una comunicazione soltanto parzialmente efficace, destinata a generare dubbi e quesiti.

La metonimia è chiaramente anche uno strumento poetico, e per esteso artistico, e dieci anni fa passare dalla lingua al museo come sistema comunicativo è stato un attimo, per me.

Recentemente, dopo averlo studiato nel 2009 per la prima volta,ho riletto On the Museums Ruins di Douglas Crimp e, riprendendo la sua analisi di Rauschenberg collegandolo al postmodernismo, ho messo insieme un po’ di pezzi. Dopo mesi trascorsi a leggere Pierre Bourdieu e studiare il concetto di habitus, ovvero il concetto che traduce sia il filtro che noi applichiamo all’interpretazione della realtà e delle relazioni che intessiamo ma anche il retroscena stesso che ci ha portati a dar forma a quei filtri per via di esperienze pregresse e della nostra posizione dentro il sistema sociale, mi rendo conto che sono la parzialità dello sguardo e del mezzo che mi affascinavano in Rauschenberg, e questo è talmente influenzato dal mio di habitus da far girare la testa.

Il contrasto profondo tra quella che considero l’inevitabile parzialità dello sguardo e le forme in cui si manifestino ideologie di ogni tipo sta diventando una tra le mie più grandi preoccupazioni. E l’insofferenza provata in passato a tratti per gli studi postmodernisti perché trovavo giustificassero pigramente una propria incapacità di analisi svanisce all’istante, in un momento storico in cui credo sia invece imprescindibile riconoscere la parzialità di qualsiasi prospettiva.

Ricostruire a posteriori una traiettoria semi coerente nel modo in cui ci si è avvicinati a concetti astratti è affascinante, egoista e vanitoso insieme.

Foto: La cosa più bella che abbia visto nel terminal dell’aeroporto di Dulles, Washington, marzo 2018

p.s.: quando parlo di habitus e di come mi sconvolga è perché io ricordo molto bene essere a Palazzo dei diamanti a Ferrara tra 1992 e 1993 a vedere Monet e Chagall in due mostre separate.

p.p.s: la soundtrack di tutto questo è stata Immunity di Jon Hopkins.

Chi è il pubblico della cultura qui?

C’è una questione che non mi spiego ancora e di cui mi sto accorgendo lentamente e mi cruccia assai, mentre mi ambiento al sud.

Ho vissuto per diversi anni in Germania, in cui vige un sistema di gestione della cultura che in gergo tecnico viene definito europeo continentale e che principalmente consiste nel mantenere titolarità e gestione dell’ampia maggioranza delle istituzioni culturali in mano pubblica. Sul fronte pratico, a me cittadino viene offerta una serie di servizi e di possibilità di cui posso godere in cambio di contributi economici di diversa entità via tasse o spesso contributi diretti (tipo, i biglietti di ingresso). L’apporto del cittadino è relativamente basso, ad esempio il costo previsto per l’utenza delle biblioteche comunali berlinesi è di 10€ annuali, una conferenza può costare circa 6€ ma un abbonamento a Transmediale ne costa 90€, un concerto a un festival come Maerz Musik (una figata, va da sé) può costare anche 20€. Attenzione, le tre cose che ho citato non sono equivalenti: Transmediale è organizzata (e finanziata in buona parte) da un entità nazionale, ovvero la cosa più simile a un Ministero della Cultura che esista in Germania, dove la cultura grazie al Nazionalsocialismo non è di competenza nazionale; le biblioteche sono appunto comunali e Maerz Musik è organizzato da Berliner Festspiele un progetto della KBB, ovvero una società a responsabilità limitata che co-gestisce anche la Haus der Kulturen der Welt, organizzatrice di Transmediale e della Berlinale. Un casino? Sì, spesso e praticamente ovunque, il settore pubblico partecipa in forme diverse in società private con cui co-controlla, gestisce e finanzia le sue stesse creature.

Durante i sei anni e rotti che ho passato a Berlino ho rimpianto moooolto il fatto di non poter andare a conferenze senza pagare un biglietto, di dover pagare per prendere libri in prestito ecc. Non solo, mi stupiva moltissimo che non fossero così presenti fondazioni di assicurazioni o banche che contribuissero alla vivacità culturale della città a titolo gratuito, e che persino la libreria di quartiere chiedesse un contributo spesso intorno ai 5€ (!!) per assistere alle presentazioni dei libri. Ma mi sono abituata in fretta: come? Riducendo subito quello per cui ero disposta a spendere e godendomi un’offerta culturale splendida (non la rimpiango affatto, oh no….). Da non sottovalutare naturalmente è il sistema assistenzialista tedesco per cui tutti i prezzi che ho citato sono previsti per chi non gode di sussidi o aiuti.

Trasferitami al sud e non in una capitale, e avendo ripreso a studiare politica culturale dopo qualche anno di pausa, ho iniziato a rivedere un attimo il mio entusiasmo di anni prima.

Ricominciare a studiare questi temi e avendo in mente me come cittadino che ne gode con un budget è davvero illuminante.

Dopo qualche mese qua sto notando delle dinamiche che non mi piacciono, anzi mi turbano anche parecchio. Prendo ad esempio il mio ultimo weekend a titolo esemplificativo di quello che sto osservando.
L’altro ieri sono andata a teatro (teatro di titolarità regionale) e il mio biglietto costava 10€, quasi loggione, il teatro era pieno per meno di metà; sabato sera sono andata a uno spettacolo di danza contemporanea in un posto meraviglioso (con una web orrenda) di cui di più in un altro momento e l’ingresso era gratuito perché era finanziato da una fondazione privata, e oggi sono andata a vedere un film che avevo perso alla Berlinale dell’anno scorso nella cornice di un festival di cinema & diritti umani e quando ho fatto per pagare il tizio alla cassa mi ha detto “se mi vuoi pagare a me non c’è problema ma è gratis”.

Fantastico, a costo 10€ ho riempito il mio fine settimana di eventi che mi hanno fatto sentire parte di un universo simbolico, mi hanno dato la possibilità di riflettere su temi di attualità, mi hanno inserita nel contesto della mia nuova città e blablablabla. Le mille ragioni pratiche e astratte per cui la “cultura” è finanziata.

Dov’è il mio problema?

  1. Il pubblico degli eventi
  2. la sostenibilità di questo sistema

Il pubblico degli eventi era in stragrande maggioranza over 60. Donne, in ghingheri per l’evento, come è normale che sia al sud.
Di nuovo, dov’è il problema? Dove sono i miei coetanei, o anche quelli ancora più giovani di me che di sicuro non hanno molti soldi? Senza essere reazionari mi chiedo, che tipo di abitudini hanno? me lo aveva fatto notare un’amica di qua che alla filmoteca dove il biglietto mi pare costi 3€ per gli studenti o forse 2€ non va nessuno, ma proprio nessuno.

Perché non sfruttano un’opportunità gratis? Come mai?

La seconda domanda ha tutt’un altro aspetto ed è: come può essere sostenibile questo sistema? Le biblioteche qua son chiuse il sabato, del t u t t o. Sarei disposta io a pagare 10€ all’anno per vedere aumentati i servizi di apertura al pubblico, anche se il mio stipendio è di un terzo (un terzo, cazzo) più basso che in Germania? Sì. Sarebbe uno stravolgimento di mentalità per qui? Assolutamente. (sarò mai contenta da qualche parte? Boh).

Come si arriva a portare a termine un cambio di frame nella gestione di politica culturale di un paese? Ho due esempi splendidi di gestione a portata di mano su cui pensare e non ci faccio niente? Manco morta.

P.s.: la mia infatuazione platonica dell’inverno, dopo quella estiva per Clive Gray, Nicolás Barbieri

Foto: Valencia, gennaio 2018.

Talking Brains – Cosmocaixa, Barcelona

Talking brains at Cosmocaixa in Barcelona is the exhibition that I enjoyed the most over the past six months. I visited it in an extremely quiet moment, at about 2 pm on a Wednesday without what I believe must be the regular nightmare: storms of highschool students or hoards of families. I instead had the whole space for myself. The exhibition is pretty catchy and simple, as it deals with basic questions anyone asks her/himself at some point: how does the faculty of talking work? How do kids learn to talk? And so on. But thankfully it goes further. And there it is when it spreads its wings.

Cosmocaixa cooperated with University Pompeu Fabra, University of Barcelona and ICREA (Catalan Institute of Research and Advanced Studies) for the project, and it was beyond interesting to see the results.

The visit really gave me the opportunity of experiencing in the same place so many different practices that are currently being put in place or discussed in contemporary exhibitions and I was delighted by it.
I would like to refer to user generated content – in specific way -, virtual reality and individual visitors experiences.

The user generated content & the individual visitors experience of Talking Brains

In Talking Brains each visit is different from any other. Besides some introductory panels at the beginning of the sections, there is not much shown to the eye of the lazy visitor. Talking Brains requires the visitors to constantly interact with what the curators have planned: the content is actually hidden, and will be partially generated, or better said, uncovered, by the actions performed by each visitor.

“Hola Lucrezia” – reaction times comparison between my results and the average of visitors regarding mistaken heard in spoken sentences (I am slow but accurate 😉 )

All are given the possibility of shaping their own educational activity throughout the whole exhibition thanks to a chip card that they can customized at the beginning of the visit with their name. Thanks to this, the visitors will be greeted in their preferred language (Spanish, Catalan, French and English are available) at each “station” of the visit, where they can interact with the content, whether by pushing buttons to highlight a map or answering questions.

This way each experience becomes literally unique and “labeled” for me without needing to refer to transcendental or perceptional differences in a complex way: no, my visit will necessarily be unique because I will answer some questions in a different way and my learning experience will therefore tailored based.

For an exhibition dedicated to something so complex and the nature of which is still being researched such as the language, I think it was a perfect decision.

Virtual reality in an exhibition context

I was really thrilled when I put on the glasses – helmet, it had been months that I had wanted to use a pair and I watched the short documentary on how the brain is shaped after birth even twice with a very stupid smile on my face because of said thrill. Still. I do not think it really added anything to the exhibition, and it could have lived without it, since apart from the very beginning (when millions of spermatozons are reaching an egg from EVERYWHERE around you, something I genuinely mistook for a representation of the Big Bang at first and asked myself what was that) and the end, it is not even particularly representative of it. In my opinion it was more show off than anything but still…fun for me (link)

The content of the exhibition

If the first part of the visit was quite boring for me in regard to its content (focussing on how learning processes etc.), I became the most excited person around towards the end, where the curators staged a brilliant series of cognitive exercises that challenged our brains. Here visitors are faced with much more complex tasks that are (if I remember correctly) never right or wrong but are only aimed to show how the brain works when it is requested to perform some activities, for example identifying pronounced vowels through headphones, remembering sequence of spoken words, suggesting the first word that comes to one’s mind after being shown another word and so on. And all the answers the visitors gave before yours are visible at the end of each step and displayed via graphs, charts, maps that show average answers in your language and in general. Brilliant.

Comparison between my answers and all visitors’  ones regarding the matching of spoken vowels and displayed ones (phones and graphems)

 

Comparison between visitors’ answers on phonetics with the variable of the mother tongue

 

Semantic fields – my speed and that of the other visitors at answering

I do not know how many visitors the exhibition had, but I can only estimate several hundreds, as there are agreements between Barcelona’s schools and Cosmocaixa. Anyway, it is clear that this is a huge amount of wonderful data to use.

The intro to the cognitive maps

 

Beneficio, hotel, Pues, and Postal were the words that the system proposed to me.

 

the dream

I asked already several weeks ago what would be done with this material, not because I am afraid of Google nor such things, but because it would be just  F A N T A S T I C to see the results at least of those beautiful cognitive maps published outside of the academic circles.
I had no answers, I still hope they are going to do something out of it and that it will be of public use.

All pictures (as bad as they are) are mine.

Pic: the end of the exhbition – transdisciplinarity is regarded as the key.

Biennale 2017 – notes

It took me about 15 years to visit the Biennale Arte in Venezia, I am not sure how this happened, but so it is. VivaArteViva has been my first one. 
The immediate thought I had after entering the Arsenale is that yes, resonance and wonder are what lead my visits to exhibitions.

And wonder is what took over right after passing the first part of the Pavilion of the Common, when I faced Maria Lai and Lee Mingwei and their intertwined wowed narratives. To sew, to weave, to spin are activities that in a pretty simple way evocate collective (common) practices and therefore cultures (as collection of practices and knowledge). But the wonder is given by the works, not only the metaphor. While Maria Lai is represented through pictures of her performances, and among others with the mesmerizing works Geografia e Storia Universale, on the right Lee Mingwei is there in person collecting pieces of clothing brought by the visitors and talks with them about the stories of the clothes. Behind him two walls with bobbins and a fantastic net of spread nets. Sbam.

Then through the Pavilion of the Earth, where one of the few works I had already chosen as favourite beforehand was: Michel Blazy’s. Again, so easy in its message but yet so powerful in the realization. Interrupting the visit since it is in the middle of the hall, a showcase of rotten shoes transformed into flower pots is presented to your eyes. In the darkness of the Arsenale, the neon lights of this shop window invite the visitor to not only walk around the work (which is necessary, as it is an obstacle), but also to investigate closely the status of the plants (some were dead, by September) wondering how many other plants we are forcing into unnatural growth. Julian Charrière’s Future Fossils with its huge doric columns with mounted lithium is the perfect companion to Blazy.

Further on, in the Pavilion of Tradition, it has been Sopheap Pich who caught my eye: the striking contrast between his slow, analogic and traditional method of production (rolling and pressing a stick of bamboo colored with natural pigment on watercolour paper) and the graphic result of the work, a digital representation of sound. Brilliant.

I loved playing in the Pavilion of Time and Infinity with the works of Liu Jianhua and Alicja Kwade, because they complemented themselves so well, occupying the whole surface of the last space of the Arsenale in the darkness with the fluidity of porcelain of Jianhua crystallized in big golden drops forever mirrored and replicated by Kwade’s installation.  

From the Giardini, I only take a few impressions with me, and Taus Makhacheva’s Tightrope. Museums politics and their always intentional choices about what to display and when to do it, forgotten art in museums storages are the topic but it is a dance: in the artist’s video several artworks are moved from one peak to another on a rope, an action that can be only performed by those who can really dare to defeat real or metaphoric borders and dangers: tightrope walkers.

Iconographic references of almost all above mentioned works and a few more here and here. All pictures are mine, ça va sans dire.

Costa Dorada

Il tratto di treno tra Barcellona e Tarragona passa addosso alla costa, non credo ci sia un avverbio o una locuzione avverbiale più precisa. Non passa sulla spiaggia come fa sulla costa adriatica dopo Pesaro, le passa a ridosso ed è comunque super fotogenico, anche perché alle tre del pomeriggio verso sud il sole entra dentro da destra molto dolce attraverso i vetri polarizzati del Talgo e vengono dei controluce che lèvate.

Viene fuori che sono a tre ore di treno da una città incredibilmente affascinante, e i miei occhi qui al sud, come mi disse A. giusto due mesi fa, si fanno bolder, grossi e arroganti. E non la finisco più di scattare foto e di vedere cose. Non mi basta mai. Inquadro mentalmente ogni cosa che vedo e mi salta tutto agli occhi. Trovo che qua i contorni siano netti, delle case, dei visi e di tutto. Ogni situazione mi si presenta con una saturazione che mi scombussola le ISO emotive e che crea dipendenza, che fa che ne voglia ancora. E poi c’è il dettaglio non indifferente dell’orizzonte che cambia in continuazione. L’occhio e la testa si abituano facilmente, credo, a una certa ripetitività di paesaggio, per cui non mi stupiva più la regolarità delle facciate berlinesi (mentre la noia terribile dei dintorni campagnoli della città sì che ce l’ho sempre avuta ben chiara).

L’architettura della Spagna della costa è come quella del sud d’Italia (o anche centro, o di sicuro anche di alcune zone del nord, però io non le conosco). E’ irregolare e interrotta. E’ un cumulo disordinato di case addossate che si susseguono come scenari che si aprono alla vista e lasciano vedere il giusto. Mettono curiosità, allenano la testa a cambi continui, la vera resilienza urbana. Ricordo di parlarne con N. in uno dei tanti discorsi meravigliosi fatti durante l’estate scorsa e arrivare a pensare di farne un articolo, e farne cenno persino a M.
La Germania sprizza sicurezza e assertiveness da ogni Backstein. Qui ogni casa è diversa da quella successiva e quella precedente, ma è lo davvero e per natura, non perché questi sono i resti della seconda guerra mondiale.

Foto: CCCB, Barcellona, la mattina che ho conosciuto di persona M., Novembre 2017

Start up e balle spaziali

Il disgraziato video della filiale di non ricordo dove di Intesa San Paolo ha scatenato così tante reazioni da aver raggiunto anche me, che di solito sono indifferente a tutto quello che succede in matria.

Ho letto diverse riflessioni su un mucchio di temi legati al video, dal bullismo online a analisi sulla prassi aziendale e comunicativa che sarebbe bene avere e così via… Io ne ho estratto che molti ritengono che quest’azienda così terribile e miope da incitare i propri dipendenti a fare una cosa del genere (…) sia per forza:
un’azienda con una gerarchia forte, con una struttura verticale e autoritaria, che manca di autoironia e semplicità, come è giusto che invece al giorno d’oggi le grandi aziende siano. Come grazie a dio ora sarebbero le narrazioni delle aziende internazionali più attraenti.

Mai così distante mi è sembrata l’Italia dal punto di vista lavorativo.

Qualche settimana fa ho avuto un colloquio in una micro ditta tedesca che sviluppa e vende ai musei un software per gestire le visite. Al colloquio ero più preparata* io che le persone che mi intervistavano. Dovevo capirlo, del resto l’annuncio di lavoro era davvero informale e orizzontale, cominciando dal fatto che dava del tu al lettore, un No-go in Germania. 

Il colloquio procede a rilento, con loro che non sanno chi debba raccontare cosa, tanto meno chiedere, a un certo punto uno dei tre (tre) prende persino in giro un altro dicendogli “ah ma non ti sei preparato bene?!” e mi guarda con aria complice ma io non rido perché in queste cazzo di Startup Berlinesi ci ho lavorato per anni e cose di questo tipo le odio tanto quanto la ClubMate nel frigo venduta come un “advantage”.

Comunque alla fine di questo colloquio imbarazzante per tutti i presenti, in cui capisco che non avrei mai potuto lavorare con loro, il CEO e founder mi dice “ti faremo sapere alla fine della prossima settimana, e se passi la prima selezione, ti inviteremo alla nostra colazione del venerdì con tutto il team, perché io voglio che si decida insieme chi viene assunto”.
Non ho idea di che faccia possa aver fatto a sentire questa stronzata e vorrei che tutti si rendessero conto del perché questa sia una cazzata.
Questo, ragazzi, fa schifo per un sacco di motivi, non so se lo vediate subito, voi che l’azienda che si comporta come una famiglia è bella e tutte quelle menate là e l’informalità delle Start Up e “Ma all’estero..”:

  1. io apprezzerei che tu CEO & Founder ti assumessi la responsabilità della tua scelta
  2. io vorrei che tu CEO & Founder mi difendessi e mi rappresentassi un giorno se ce ne sarà mai bisogno, non che dicessi “ah, ma ci siamo sbagliati tutti” e rimettessi la colpa a tutti gli altri
  3. io dimostrerò al resto del team quanto valgo sia per la mia personalità e per le mie competenze con il tempo o facendo una prova, non davanti a un caffé ed il cazzo di Streuselkuchen vegano fatto dalla compagna del developer
  4. davvero? sarà fattibile quando si è in cinque, massimo, ma poi cos’è, democrazia diretta grillina? Puah
  5. vuoi condividere la responsabilità del recruiting ma le revenues le tieni te? hahahaha. Siamo tutti una grande famiglia e abbiamo shared values e la gerarchia è super orizzontale fino al 27 del mese, o fino al prossimo standup meeting.

Io sono arrivata a credere moltissimo nella divisione delle mansioni e delle responsabilità, così come credo nelle gerarchie in buona parte. E soprattutto pretendo che il mio capo, o team lead o chi per lui, mi rispetti, e, ancor più se mi ha assunta, che mi difenda davanti agli altri e abbia il coraggio di dire “questa è la nuova persona nel team, sa fare un sacco di cose ed è una gran figa e l’ho scelta per questo”.

L’idea di azienda-famiglia praticata davvero è una baggianata, secondo me. O c’è la completa, assoluta, insindacabile trasparenza salariale, oppure non c’è e basta. E non va perseguita né lodata.

 

Foto: È ARTE, Kantstrasse, Berlino, Ottobre 2017

 

*curiosa nei loro confronti e del loro progetto, professionale nel rispondere, e non in tailleur ma neanche in pigiama, mentre loro si stavano leggendo il mio CV sul momento, avevano un laptop acceso davanti e uno di loro indossava delle CIABATTE da casa – e no, non fa ridere dire “son tedeschi”. Cazzo.