Chi è il pubblico della cultura qui?

C’è una questione che non mi spiego ancora e di cui mi sto accorgendo lentamente e mi cruccia assai, mentre mi ambiento al sud.

Ho vissuto per diversi anni in Germania, in cui vige un sistema di gestione della cultura che in gergo tecnico viene definito europeo continentale e che principalmente consiste nel mantenere titolarità e gestione dell’ampia maggioranza delle istituzioni culturali in mano pubblica. Sul fronte pratico, a me cittadino viene offerta una serie di servizi e di possibilità di cui posso godere in cambio di contributi economici di diversa entità via tasse o spesso contributi diretti (tipo, i biglietti di ingresso). L’apporto del cittadino è relativamente basso, ad esempio il costo previsto per l’utenza delle biblioteche comunali berlinesi è di 10€ annuali, una conferenza può costare circa 6€ ma un abbonamento a Transmediale ne costa 90€, un concerto a un festival come Maerz Musik (una figata, va da sé) può costare anche 20€. Attenzione, le tre cose che ho citato non sono equivalenti: Transmediale è organizzata (e finanziata in buona parte) da un entità nazionale, ovvero la cosa più simile a un Ministero della Cultura che esista in Germania, dove la cultura grazie al Nazionalsocialismo non è di competenza nazionale; le biblioteche sono appunto comunali e Maerz Musik è organizzato da Berliner Festspiele un progetto della KBB, ovvero una società a responsabilità limitata che co-gestisce anche la Haus der Kulturen der Welt, organizzatrice di Transmediale e della Berlinale. Un casino? Sì, spesso e praticamente ovunque, il settore pubblico partecipa in forme diverse in società private con cui co-controlla, gestisce e finanzia le sue stesse creature.

Durante i sei anni e rotti che ho passato a Berlino ho rimpianto moooolto il fatto di non poter andare a conferenze senza pagare un biglietto, di dover pagare per prendere libri in prestito ecc. Non solo, mi stupiva moltissimo che non fossero così presenti fondazioni di assicurazioni o banche che contribuissero alla vivacità culturale della città a titolo gratuito, e che persino la libreria di quartiere chiedesse un contributo spesso intorno ai 5€ (!!) per assistere alle presentazioni dei libri. Ma mi sono abituata in fretta: come? Riducendo subito quello per cui ero disposta a spendere e godendomi un’offerta culturale splendida (non la rimpiango affatto, oh no….). Da non sottovalutare naturalmente è il sistema assistenzialista tedesco per cui tutti i prezzi che ho citato sono previsti per chi non gode di sussidi o aiuti.

Trasferitami al sud e non in una capitale, e avendo ripreso a studiare politica culturale dopo qualche anno di pausa, ho iniziato a rivedere un attimo il mio entusiasmo di anni prima.

Ricominciare a studiare questi temi e avendo in mente me come cittadino che ne gode con un budget è davvero illuminante.

Dopo qualche mese qua sto notando delle dinamiche che non mi piacciono, anzi mi turbano anche parecchio. Prendo ad esempio il mio ultimo weekend a titolo esemplificativo di quello che sto osservando.
L’altro ieri sono andata a teatro (teatro di titolarità regionale) e il mio biglietto costava 10€, quasi loggione, il teatro era pieno per meno di metà; sabato sera sono andata a uno spettacolo di danza contemporanea in un posto meraviglioso (con una web orrenda) di cui di più in un altro momento e l’ingresso era gratuito perché era finanziato da una fondazione privata, e oggi sono andata a vedere un film che avevo perso alla Berlinale dell’anno scorso nella cornice di un festival di cinema & diritti umani e quando ho fatto per pagare il tizio alla cassa mi ha detto “se mi vuoi pagare a me non c’è problema ma è gratis”.

Fantastico, a costo 10€ ho riempito il mio fine settimana di eventi che mi hanno fatto sentire parte di un universo simbolico, mi hanno dato la possibilità di riflettere su temi di attualità, mi hanno inserita nel contesto della mia nuova città e blablablabla. Le mille ragioni pratiche e astratte per cui la “cultura” è finanziata.

Dov’è il mio problema?

  1. Il pubblico degli eventi
  2. la sostenibilità di questo sistema

Il pubblico degli eventi era in stragrande maggioranza over 60. Donne, in ghingheri per l’evento, come è normale che sia al sud.
Di nuovo, dov’è il problema? Dove sono i miei coetanei, o anche quelli ancora più giovani di me che di sicuro non hanno molti soldi? Senza essere reazionari mi chiedo, che tipo di abitudini hanno? me lo aveva fatto notare un’amica di qua che alla filmoteca dove il biglietto mi pare costi 3€ per gli studenti o forse 2€ non va nessuno, ma proprio nessuno.

Perché non sfruttano un’opportunità gratis? Come mai?

La seconda domanda ha tutt’un altro aspetto ed è: come può essere sostenibile questo sistema? Le biblioteche qua son chiuse il sabato, del t u t t o. Sarei disposta io a pagare 10€ all’anno per vedere aumentati i servizi di apertura al pubblico, anche se il mio stipendio è di un terzo (un terzo, cazzo) più basso che in Germania? Sì. Sarebbe uno stravolgimento di mentalità per qui? Assolutamente. (sarò mai contenta da qualche parte? Boh).

Come si arriva a portare a termine un cambio di frame nella gestione di politica culturale di un paese? Ho due esempi splendidi di gestione a portata di mano su cui pensare e non ci faccio niente? Manco morta.

P.s.: la mia infatuazione platonica dell’inverno, dopo quella estiva per Clive Gray, Nicolás Barbieri

Foto: Valencia, gennaio 2018.

Clichés grandi come Appenzeller

Ho pensato per anni che la Svizzera fosse un gran posto dove poter vivere per un po’ di tempo, il compromesso giusto, ricchi sfondi ma neutrali sulla carta, dove si parla tedesco ma anche italiano. Ma non avevo mai avuto modo di metterci piede. Poi ho avuto culo, spostandomi dalla Germania: per lavoro ho passato tre settimane a Zurigo, tra novembre e dicembre.

Che sarebbe stato straniante lo immaginavo, solo non ne avevo chiara la portata. Mi ha sconvolto tutto, parlare in tedesco 24 ore al giorno, trovare la Coop, poter comprare il panettone al Kg, trovare le mie cose crucche preferite, tipo il tè Alnatura o i detersivi Bio a prezzi più economici che in Spagna. E la neve, il freddo, l’aria gelata senza umidità che ti sveglia la mattina quando vai al lavoro. Le montagne intorno a Zurigo, i laghi grigi. Gli abeti, l’odore di formaggio, le luci di Natale. LA GRAFICA DEI MANIFESTI DI QUALSIASI COSA (una raccolta di riferimenti sotto). Tutto, ma proprio tutto.

Non è facile da spiegare, se non la hai mai avuta in testa o percepita, la sensazione di gratitudine che ti avvolge quando all’improvviso inizi a vedere l’ambiente in cui vivi in modo positivo o quanto meno neutrale, o inizi a cercare di ignorare quello che va male o ti potrebbe turbare.
Questo processo ha avuto un sacco a che fare con passare tempo da sola, nel mio caso. Me ne son resa conto verso maggio. A maggio a Berlino ha piovuto sempre, ma proprio sempre, e faceva un freddo cane. E tutti si lamentavano. A me semplicemente lasciava indifferente. Perché cosa potevo fare, tornare a casa e dirlo al mio gatto? Me ne sono resa conto dopo qualche settimana che il punto era che non me ne fregava niente del tempo, che volevo concentrare le mie energie su altro.

Di energie ne ho avute pochissime l’inverno scorso, e ho imparato a concentrarle solo sulle cose e le persone che hanno priorità. Forse è egoismo, non lo so. Ho raffinato e alzato le mie aspettative, ma le ho anche aperte da morire. E se mi ha sconvolto e fatta allontanare di corsa da sé N. quando a giugno mi disse che frequentava solo persone che lo motivassero dal punto di vista intellettuale, nell’arco di tre mesi ero arrivata alla sua stessa conclusione.

E quindi sulla scia dello stare da soli e fare quello che è importante non solo ho cercato di studiare stando qua a Zurigo, ma ho anche chiuso un cerchio. Sono andata alla Fondation Beyeler da sola (obv.) e ci ho passato tre ore esaminadola e studiando me, una cosa semi spirituale per arrivare a una conclusione molto concreta.

La Fondation Beyeler è un museo di arte contemporanea privato nato dalla collezione dei coniugi Beyeler. Lui era un mercante d’arte e ha messo in piedi una collezione ottima di classici di arte moderna iniziata un po’ per caso (gli capitò all’inizio della carriera di comprare, o ricevere quasi in regalo neanche ricordo più bene, una serie di Klee). Il museo è stato inaugurato nel 1997 in un edificio di Renzo Piano con risvolti White Cube e una vetrata sulla campagna al confine franco-svizzero. Da giovane ci persi la testa. Ma proprio. Mi sembrava il luogo perfetto dove trovare la pace dei sensi: un museo piccolo, con delle opere eccezionali, dove il fondatore andava al lavoro in bicicletta, fuori dal mondo. Poi, complice l’inverno scorso, bam! Mi son resa conto di quanto fosse puro compiacimento, di quanto non ci fosse nulla di vero in quella storia che mi ero raccontata per anni. Di quanto vedere Rothko dal vero non mi dicesse più niente, e abbassare (sempre di meno..) l’età media dei visitatori di un museo di arte moderna e contemporanea non mi interessi minimamente più.

Mi ha stordito e nauseato l’astrazione dei sentimenti di quelle forme figurative. La tendenza verso l’assoluto che mi affascinava a vent’anni ha finito per essere stucchevole e fuori luogo. Ho voglia di saperne di più e solo di cose limitate. Di urbanistica, di sociologia, di spostamenti e migrazioni, di scienze naturali, di geologia e botanica.

Tornata quest’estate da un lungo viaggio avevo questa stronza ambizione di parlare solo con chi venisse dal Centro o Sud-America, chi lavorasse a progetti di arte o chi fosse completamente pazzo. Probabilmente grazie a questo è stata l’estate più piena della mia vita, non ho smesso mai di curiosare, chiedere e imparare. Anche se mi è un po’ passata la fissa arrogante, non mi è passata la voglia. Per la stessa ragione, non ho voglia io di raccontare baggianate a chiunque. Vediamo di darci a vicenda opinioni o studi interessanti. Altrimenti, cosa dirsi a fare che il tempo fa schifo, se non ne studiamo il perché?

La mia lettura bisettimanale: Medusa

Grafica Suisse:

Teatro di Basilea

Musem für Gestaltung

E la bibbia: http://100-beste-plakate.de/

Foto:un’ortensia surgelata, Zurigo, dicembre 2017.

post scriptum vero, cioè post pubblicazione: questo post era in bozza dall’undici dicembre perché non avevo mai aggiunto le foto. Stamattina mi è arrivata questa Newsletter di Ivan, che è una delle pochissime persone che io ho conosciuto grazie all’Internet. Provo una stima e un affetto per lui che trovo difficili spiegare e di nuovo mi meraviglio di come sia splendido vedere come si arrivi spesso a conclusioni simili a distanza.

Talking Brains – Cosmocaixa, Barcelona

Talking brains at Cosmocaixa in Barcelona is the exhibition that I enjoyed the most over the past six months. I visited it in an extremely quiet moment, at about 2 pm on a Wednesday without what I believe must be the regular nightmare: storms of highschool students or hoards of families. I instead had the whole space for myself. The exhibition is pretty catchy and simple, as it deals with basic questions anyone asks her/himself at some point: how does the faculty of talking work? How do kids learn to talk? And so on. But thankfully it goes further. And there it is when it spreads its wings.

Cosmocaixa cooperated with University Pompeu Fabra, University of Barcelona and ICREA (Catalan Institute of Research and Advanced Studies) for the project, and it was beyond interesting to see the results.

The visit really gave me the opportunity of experiencing in the same place so many different practices that are currently being put in place or discussed in contemporary exhibitions and I was delighted by it.
I would like to refer to user generated content – in specific way -, virtual reality and individual visitors experiences.

The user generated content & the individual visitors experience of Talking Brains

In Talking Brains each visit is different from any other. Besides some introductory panels at the beginning of the sections, there is not much shown to the eye of the lazy visitor. Talking Brains requires the visitors to constantly interact with what the curators have planned: the content is actually hidden, and will be partially generated, or better said, uncovered, by the actions performed by each visitor.

“Hola Lucrezia” – reaction times comparison between my results and the average of visitors regarding mistaken heard in spoken sentences (I am slow but accurate 😉 )

All are given the possibility of shaping their own educational activity throughout the whole exhibition thanks to a chip card that they can customized at the beginning of the visit with their name. Thanks to this, the visitors will be greeted in their preferred language (Spanish, Catalan, French and English are available) at each “station” of the visit, where they can interact with the content, whether by pushing buttons to highlight a map or answering questions.

This way each experience becomes literally unique and “labeled” for me without needing to refer to transcendental or perceptional differences in a complex way: no, my visit will necessarily be unique because I will answer some questions in a different way and my learning experience will therefore tailored based.

For an exhibition dedicated to something so complex and the nature of which is still being researched such as the language, I think it was a perfect decision.

Virtual reality in an exhibition context

I was really thrilled when I put on the glasses – helmet, it had been months that I had wanted to use a pair and I watched the short documentary on how the brain is shaped after birth even twice with a very stupid smile on my face because of said thrill. Still. I do not think it really added anything to the exhibition, and it could have lived without it, since apart from the very beginning (when millions of spermatozons are reaching an egg from EVERYWHERE around you, something I genuinely mistook for a representation of the Big Bang at first and asked myself what was that) and the end, it is not even particularly representative of it. In my opinion it was more show off than anything but still…fun for me (link)

The content of the exhibition

If the first part of the visit was quite boring for me in regard to its content (focussing on how learning processes etc.), I became the most excited person around towards the end, where the curators staged a brilliant series of cognitive exercises that challenged our brains. Here visitors are faced with much more complex tasks that are (if I remember correctly) never right or wrong but are only aimed to show how the brain works when it is requested to perform some activities, for example identifying pronounced vowels through headphones, remembering sequence of spoken words, suggesting the first word that comes to one’s mind after being shown another word and so on. And all the answers the visitors gave before yours are visible at the end of each step and displayed via graphs, charts, maps that show average answers in your language and in general. Brilliant.

Comparison between my answers and all visitors’  ones regarding the matching of spoken vowels and displayed ones (phones and graphems)

 

Comparison between visitors’ answers on phonetics with the variable of the mother tongue

 

Semantic fields – my speed and that of the other visitors at answering

I do not know how many visitors the exhibition had, but I can only estimate several hundreds, as there are agreements between Barcelona’s schools and Cosmocaixa. Anyway, it is clear that this is a huge amount of wonderful data to use.

The intro to the cognitive maps

 

Beneficio, hotel, Pues, and Postal were the words that the system proposed to me.

 

the dream

I asked already several weeks ago what would be done with this material, not because I am afraid of Google nor such things, but because it would be just  F A N T A S T I C to see the results at least of those beautiful cognitive maps published outside of the academic circles.
I had no answers, I still hope they are going to do something out of it and that it will be of public use.

All pictures (as bad as they are) are mine.

Pic: the end of the exhbition – transdisciplinarity is regarded as the key.

Biennale 2017 – notes

It took me about 15 years to visit the Biennale Arte in Venezia, I am not sure how this happened, but so it is. VivaArteViva has been my first one. 
The immediate thought I had after entering the Arsenale is that yes, resonance and wonder are what lead my visits to exhibitions.

And wonder is what took over right after passing the first part of the Pavilion of the Common, when I faced Maria Lai and Lee Mingwei and their intertwined wowed narratives. To sew, to weave, to spin are activities that in a pretty simple way evocate collective (common) practices and therefore cultures (as collection of practices and knowledge). But the wonder is given by the works, not only the metaphor. While Maria Lai is represented through pictures of her performances, and among others with the mesmerizing works Geografia e Storia Universale, on the right Lee Mingwei is there in person collecting pieces of clothing brought by the visitors and talks with them about the stories of the clothes. Behind him two walls with bobbins and a fantastic net of spread nets. Sbam.

Then through the Pavilion of the Earth, where one of the few works I had already chosen as favourite beforehand was: Michel Blazy’s. Again, so easy in its message but yet so powerful in the realization. Interrupting the visit since it is in the middle of the hall, a showcase of rotten shoes transformed into flower pots is presented to your eyes. In the darkness of the Arsenale, the neon lights of this shop window invite the visitor to not only walk around the work (which is necessary, as it is an obstacle), but also to investigate closely the status of the plants (some were dead, by September) wondering how many other plants we are forcing into unnatural growth. Julian Charrière’s Future Fossils with its huge doric columns with mounted lithium is the perfect companion to Blazy.

Further on, in the Pavilion of Tradition, it has been Sopheap Pich who caught my eye: the striking contrast between his slow, analogic and traditional method of production (rolling and pressing a stick of bamboo colored with natural pigment on watercolour paper) and the graphic result of the work, a digital representation of sound. Brilliant.

I loved playing in the Pavilion of Time and Infinity with the works of Liu Jianhua and Alicja Kwade, because they complemented themselves so well, occupying the whole surface of the last space of the Arsenale in the darkness with the fluidity of porcelain of Jianhua crystallized in big golden drops forever mirrored and replicated by Kwade’s installation.  

From the Giardini, I only take a few impressions with me, and Taus Makhacheva’s Tightrope. Museums politics and their always intentional choices about what to display and when to do it, forgotten art in museums storages are the topic but it is a dance: in the artist’s video several artworks are moved from one peak to another on a rope, an action that can be only performed by those who can really dare to defeat real or metaphoric borders and dangers: tightrope walkers.

Iconographic references of almost all above mentioned works and a few more here and here. All pictures are mine, ça va sans dire.

Costa Dorada

Il tratto di treno tra Barcellona e Tarragona passa addosso alla costa, non credo ci sia un avverbio o una locuzione avverbiale più precisa. Non passa sulla spiaggia come fa sulla costa adriatica dopo Pesaro, le passa a ridosso ed è comunque super fotogenico, anche perché alle tre del pomeriggio verso sud il sole entra dentro da destra molto dolce attraverso i vetri polarizzati del Talgo e vengono dei controluce che lèvate.

Viene fuori che sono a tre ore di treno da una città incredibilmente affascinante, e i miei occhi qui al sud, come mi disse A. giusto due mesi fa, si fanno bolder, grossi e arroganti. E non la finisco più di scattare foto e di vedere cose. Non mi basta mai. Inquadro mentalmente ogni cosa che vedo e mi salta tutto agli occhi. Trovo che qua i contorni siano netti, delle case, dei visi e di tutto. Ogni situazione mi si presenta con una saturazione che mi scombussola le ISO emotive e che crea dipendenza, che fa che ne voglia ancora. E poi c’è il dettaglio non indifferente dell’orizzonte che cambia in continuazione. L’occhio e la testa si abituano facilmente, credo, a una certa ripetitività di paesaggio, per cui non mi stupiva più la regolarità delle facciate berlinesi (mentre la noia terribile dei dintorni campagnoli della città sì che ce l’ho sempre avuta ben chiara).

L’architettura della Spagna della costa è come quella del sud d’Italia (o anche centro, o di sicuro anche di alcune zone del nord, però io non le conosco). E’ irregolare e interrotta. E’ un cumulo disordinato di case addossate che si susseguono come scenari che si aprono alla vista e lasciano vedere il giusto. Mettono curiosità, allenano la testa a cambi continui, la vera resilienza urbana. Ricordo di parlarne con N. in uno dei tanti discorsi meravigliosi fatti durante l’estate scorsa e arrivare a pensare di farne un articolo, e farne cenno persino a M.
La Germania sprizza sicurezza e assertiveness da ogni Backstein. Qui ogni casa è diversa da quella successiva e quella precedente, ma è lo davvero e per natura, non perché questi sono i resti della seconda guerra mondiale.

Foto: CCCB, Barcellona, la mattina che ho conosciuto di persona M., Novembre 2017

entornos

A Mérida, in Messico, ho conosciuto A e B (hashtag è tutto vero), due splendide donne. Abbiamo passato insieme dei giorni pieni di tacos, tecate barata e chiacchiere di quelle che arrivano alle tre del mattino e non sai neanche come è successo. Poi io son ripartita e loro hanno proseguito il viaggio. Non so perché, nonostante ci fossimo sentite un paio di volte in questi mesi e fossero, appunto, due splendide donne, tornando qui nel South by South West non avevo scritto a nessuna delle due. Poi succede che ieri dal treno andando in Catalogna ho chiamato B e son bastate due chiacchiere per mettersi d’accordo e vedersi oggi per pranzo. In un attimo mi ha sommersa quella sensazione di sicurezza e di indipendenza che viene dal prendere decisioni da soli, sentendosi parte di un entorno*. Senza pianificare, controllare le agende, mettendo paletti e distanze tra noi e l’entorno, gelosi di una privacy e di uno spazio personale che toglie il fiato.

Il giorno dopo, oggi, mentre aspetto B che ha fatto tardi, mi vado a prendere un cappuccino e una ensaimada amb crema cuita. Mentre aspetto la mia colazione, un uomo e una donna serviti prima di me tornano al bancone a chiedere un café con leche che la cameriera sembra essersi dimenticata – lei è super confusa e loro le fanno vedere le scontrino e le dicono manca appunto una consumazione. Lei fa una botta di conti e dice sì, scusate e i due anziché rimanere lamentarsi o rimanere zitti (ciao Berlino!) dicono “No hombre, faltaría más, con todos los pedidos que tenéis y habíamos hecho nosotros”. Zac zac, contatto stabilito.

Non credo ci si riesca sempre, ed ho avuto culo a beccare B senza impegni magari e non sono così naïve da credere che la sua spontaneità o la gentilezza dei clienti sia un tratto del Sud ma oh quanto mi sento a mio agio qua. O forse è che scelgo quello che voglio vedere e a chi dedicare il mio tempo.

E poi c’è quest’album di Kevin Morby che ha un suono che mi riporta indietro di anni, a cose che non ho ancora voglia di ricordare e forse non vorrò mai ricordare, ma è così pop e lui me lo ha fatto conoscere T che è una persona d’oro e i testi sono così miei e cadono così a fagiolo in questo momento in cui di nuovo ringrazio il cielo per tutte le persone meravigliose che ho intorno, che la voglia di generalizzare prende un attimo il sopravvento e ci si lascia prendere la mano e cazzo com’è che tutte le persone che sono Aboard my train son così belle e mi sembrano del sud?

*Credo non ci sia parola che più di questa mi affascini in spagnolo, l’entorno. E’ l’ambiente circostante una qualsiasi cosa, è stato quello su cui ho fatto girare attorno la mia tesi della specialistica, ed è quello che muove in fondo i miei vari progetti di ricerca. Sono le persone che ci circondano, il tessuto urbano, lo zeitgeist. E’ quello su cui vorrei basare ogni mia relazione e che avevo amputato spostandomi a Berlino, dove la relazione con l’entorno è minata da un continuo senso di sfiducia e paura verso il prossimo. L’entorno è quello che ci forma e ci costituisce, e tra noi e l’entorno c’è una relazione osmotica costante. Un riferimento bibliografico su tutti: Pierre Bourdieu, Distinction.

Foto: Barcellona, Gràcia, da casa di G, novembre 2017

Esterofilia

Siamo a cena nel cortile del Conservatorio Rossini, nel giardino che si vedeva dal bar, dove io usavo il telefono a gettoni per chiamare i miei genitori per farmi venire a prendere quando avevo 11 anni ma avevo lezione fino anche le sette di sera.

A tavola con altri sconosciuti una ragazza con circa dieci anni meno di me mi dice orgogliosa “io ho vissuto un anno a Berlino, sempre all’est!” e io in questa fredda ultima sera d’estate nella mia cittadina italiana mi sento molto felice per il suo entusiasmo (sta per andare in Erasmus, è bella) e le chiedo curiosissima, dato che quella è la mia Berlino “Ah sì?! E dove!?”. Lei con gli occhi nostalgici sorride e mi dice “Schlesisches Tor” (per maggiori info, anche se di quasi dieci anni fa Gesù!). Io ci penso un attimo: stanno tutti chiacchierando e si conoscono tutti e insomma io non c’entro un cazzo e sono solo molto amica della persona che ha organizzato tutto e non vorrei rovinare il clima ma non ce la posso fare e le dico “Lo sai sì che quello era l’ovest?”. Lei mi guarda stupita e mi dice “Ma è Kreuzberg!” e io dato che ormai avevo fatto la svuotapista / rovinato le chiacchiere a base di ottimo vino rosso scelto da una mia vecchia compagna di classe delle medie che è una gran figa, non riesco a non aggiungere “sì, ma era Ovest comunque”.
Lei perplessa ci pensa su e mi fa “Dai? Ho sempre pensato che fosse Est”, io sorrido, lei anche, poi mi guarda complice e fa “Ma poi ho vissuto a Neukoelln, quello sì Est”. E a quel punto non ho ribattuto più.

Mi ci è voluto questo per rendermi conto dell’incoscienza con cui le persone che anche si spostano a Berlino per viverci si relazionino col proprio ambiente. E per rendermi conto anche dell’equivalente Est=party | Ovest=? applicato in modo idiota alla geografia della città.

Io non conosco bene l’ovest di questa città, so che ho chiacchierato per anni con una cara vecchina che mi ha voluto un bene infinito la cui famiglia aveva un ortofrutta sul Ku’damm fino al 1939 e per me questo è il ricordo più caro che posso avere di Berlino Ovest.

 

Foto: Leipizig, maggio 2014 (potrebbe esser qualsiasi altro posto crucco, o gli Schlachthoefe di Landsberger Allee)