Bombas Gens: la distanza, l’assenza, la dolcezza.

Marzo 2020: In questo momento un gruppo di circa venti persone sta per iniziare un progetto di scambio e partecipazione. Nato come un laboratorio aperto, un progetto di mediazione intergenerazionale sul patrimonio urbano, sul tessuto sociale e la memoria dello spazio. Un progetto serio nelle intenzioni, che ha lo scopo di intessere relazioni tra abitanti del quartiere in cui si trova un centro di arte e interessati e interessate alla storia della città per costruire una esperienza collettiva di esplorazione della memoria urbana. Ma allo stesso tempo un progetto aperto nella forma, senza un obiettivo tangibile a priori (una mostra? un libro? dei percorsi urbani?), libero, anzi pensato proprio come fucina di idee che avrebbe potuto dare origine alle cose più diverse, il cui formato finale sarebbe stato deciso nell’arco di tre mesi dai gruppi di lavoro.

E poi BUM! Bloccato tutto, tutte ferme, tutti a casa.

La quarantena imposta a livello nazionale appena una settimana dopo l’inizio. Lo spegnimento progressivo di qualsiasi entusiasmo un team avrebbe potuto avere e a sua volta suscitare in un gruppo.

Eppure, grazie a chi ci ha lavorato, non è successo niente di tutto questo.

Un anno è gia trascorso, un anno e qualche settimana – che bella e strana storia, che credo che valga la pena raccontare.

Bombas Gens è un centro d’arte contemporanea che si trova a Valencia; aperto nel 2017, ha una propia collezione e ospita regolari mostre temporanee. Il contesto architettonico del museo è certamente privilegiato: una fabbrica dismessa di Bombas, cioè pompe e valvole idrauliche, tipica archittettura industriale della regione, con un ampio cortile all’ingresso, diverse sale molto spaziose e un secondo cortile adattato a giardino. Come se non bastasse, l’edificio accoglie nei suoi sotterraneinche un antico bunker utilizzato durante la guerra civile e il ben più recente ristorante stellato di Ricard Camarena.

Lo spazio offre una molteplicità di spazi orientabili verso gli usi più diversi che il team di curatori e mediatori ha sfruttato in modo eccellente dall’inizio. Mi riferisco alla incorporazione di opere di land art nel giardino o all’avvio di cicli di conferenze nelle spaziosissime sale o alle mostre temporanee in sé per sé. Nessuna cosa è fuori dal normale, no, certo, ma qui sono tutte insieme e con una grande coerenza cosa che ha trasmesso da subito una chiara identità del centro, una direzione istituzionale. Il team di mediazione era composto da tre persone, e sin dall’inizio sviluppava progetti di natura osmotica tra lo spazio e la cittadinanza, specialmente se del quartiere stesso.

Bombas gens si trova nelle immediate vicinanze del centro storico, giusto sull’altra sponda dell’antico letto del fiume Turia, deviato, prosciugato e quindi trasformato in un parco dopo l’ultima esondazione del 1957. Paradossalmente per le dimensioni della città, questa zona, Marxalenes, è considerata quasi immediata periferia: separata dal centro storico dal parco – fiume, inglobata e fagocitata dalla mostruosa espansione urbana e speculazione edilizia valenciana dagli anni 60 in avanti, ha affitti bassi, diverse zone commerciali e ricreative (multisala e Corte Inglés ) adiacenti, la Escuela Oficial de Idiomas tutti intorno ma è costituita prevalentamente da diversi casermoni senza personalità cui si mescolano superstiti case a schiera che constringono strade e piste ciclabili a brusche giravolte non essendo ortogonali e aumentano mano a mano che ci si allontana dal centro, quando infine si arriva Benicalap, ultimo quartiere verso nord, municipio a sé stante fino a fine Ottocento.

Come diventare rilevanti in questo quartiere come centro d’arte?

Con tanta comunicazione e apertura e contatto e coinvolgimento da parte del team di mediazione e didatttica, i cui progetti più interessanti secondo me sono quelli di En Marxa. Il nome del progetto, un contenitore di idee e progetti di mediazione, didattica e curatela molto aperto, è un gioco di parole tra il nome valenciano del quartiere e la duplicità della sua pronuncia in castigliano e valenciano. Letto a voce alta, “En Marxa” può significare sia “in movimento” che “a Marxalenes”, e la dolcezza dell’intenzione dietro questa soluzione è chiara in un secondo.

En Marxa si è sin dall’inizio aperto con un bando e io ho partecipato all’edizione 2020, e sono più che orgogliosa del lavoro che abbiamo fatto tutt* insieme.

En Marxa 2020 è stato un percorso straordinario di narrazione empatica di ricordi, personali e collettivi. Un gruppo eterogeneo e vivace, vicine e vicini del quartiere oltre i 70, studenti universitaria di storia, geografia, antropologia, appassionati di arte contemporanea e assidui frequentatori del centro stesso. Poteva non venirne fuori nulla, ed era tutto molto in bilico, visto che dopo la prima presentazione avremmo dovuto avere degli incontri con specialisti esterni e costituire poi dei micro gruppi di lavoro e definire meglio la forma concreta che En Marxa avrebbe preso. Ma non è potuto andare avanti così.

Cancellata la possibilità di lavorare in gruppi di persona dopo il primo e unico incontro, Eva Bravo è riuscita a mantenere in vita un progetto di mediazione artistica di una delicatezza straordinaria.

Crescendo su tre assi principali (lo spazio, la memoria e il patrimonio), trasmesso attraverso canali differenti (gli incontri prima, poi Whatsapp, poi Email) e usando supporti diversi (fotografie, scritti, registrazioni trasformati poi in Fanzines) è venuta fuori En Marxa 2020. Il nostro gruppo non ha mai interrotto il contatto durante i due mesi e mezzo che tra inizio marzo e metà maggio 2020 hanno costretto chiunque a chiudersi in casa, con un elicottero che ci girava sopra la testa e auto della polizia che gridavano “restate in casa”, allontanandoci di casa soltanto per andare fare la spesa girando per una città vuota e silenziosa.

In questo contesto alienante En Marxa ha costituito per tutt* un appuntamento settimanale di scambio, uno sbirciare nella vita di sconosciut* che narravano la propria storia personale dentro la città o fuori, che regalavano gratuitamente a chiunque fosse coinvolto ricordi intimi legati allo sviluppo urbano della città o della propria persona o comunità.

Per me Lucrezia ha significato tirare le fila di una serie di elementi non ancora del tutto sedimentatisi sin dal mio trasferimento nel 2017. È stata l’occasione grazie a cui ho potuto mettere a fuoco una linea che attraversava i miei ricordi recenti, che ha diretto quegli ultimi tre anni trascorsi a studiare, una linea che si collegava a cose molto più antiche, di più intima storia familiare, e mi ha permesso di riflettere e chiarire il mio modo di esplorare lo spazio, di memorizzarlo e appropriarmene, modo che continua a soffermarsi e districarsi tra i palinsesti urbani, collegando fili di storie personali all’entorno, e scriverne. Di mio qui ci sono delle pagine a commento di fotografie, due audio che commentano altrettante immagine e la conclusione, che ho letto imbarazzatissima e a sorpresa il giorno della presentazione finale del progetto, con mascherina, nel luglio 2020.

Una cosa semplicissima in sé che le mediatrici di Bombas Gens, ed in particolare Eva, non hanno abbandonato o trascurato in quelle settimane, bensì trasformato rendendolo ancora più unico di quello che poteva diventare in una circostanza più semplice, per non dire banale. Forse che sia stato possibile perché avevano un contratto decente con il centro? Ha questo poi preso una direzione diversa sotto una nuova direzione e il team intero non esiste più? E i progetti, a prescindere dalla pandemia, sono per questo sospesi? Forse è il mio dispiacere per quanto successo dopo che me ne fa scrivere, anche se non ne conosco tutti i dettagli. Perché penso alla relazione che avevano creato, all’unico senso possibile che vedo nell’occuparsi di Patrimonio, creare relazioni e comunità usandolo come mezzo.

Foto: Valencia, Plaza de la Almoina, maggio 2018, in una delle tante inquadrature in cui dà prova di essere una città bidimensionale.

p.s.: raccontare di patrimonio, di musei, di relazione con lo spazio. Di nuovo. Vediamo se ci riesco.

Enea e il covid-19

Giorni strani, strani giorni, questi.

Ho cercato di ricordare quando sia stata l’ultima volta che mi hanno controllato un documento di identità passando via terra tra un paese dell’Unione europea ed un altro. Era il 2009, l’ultima volta che sono passata in treno tra molti paesi dei Balcani.

Nessuno si può muovere e le risorse a disposizione diventano sempre di meno, si torna indietro nelle letture, nel tempo, nei ricordi e nei miti. Ho iniziato l’anno leggendo “Contro l’identità italiana” di Christian Raimo, e seppur sentendolo profondamente vicino, questo è l’anno in cui paradossalmente penso a come potrebbe essere vivere in Italia ora.

In questi giorni di Covid-19, di paure e insicurezze, ricevo l’ennesima catena di Whatsapp. Questa volta riporta parole di Philippe Daverio, che sembra non aver mai detto queste cose e me ne rallegro tanto, anche se dice di condividerle. Chi me lo manda lo trova divertente e intelligente e “giusto”.

“Sto a casa e scrivo…

Aspettando che la grande scopa del Manzoni la smetta, e sono felice di non essere anglicano upper class, ma banale cattolico afflitto da pietas

Ho aspettato un po’ a scrivere, speravo di aver capito male. Invece il Primo Ministro del Regno Unito, intendeva dire proprio ciò che ha detto: “Abituatevi a perdere i vostri cari”. Boris Johnson si è laureato ad Oxford con una tesi in storia antica. È uno studioso del mondo classico, appassionato della storia e della cultura di Roma, su cui ha scritto un saggio. Ha persino proposto la reintroduzione del latino nelle scuole pubbliche inglesi.

Mr. Johnson, mi ascolti bene.
Noi siamo Enea che prende sulle spalle Anchise, il suo vecchio e paralizzato padre, per portarlo in salvo dall’incendio di Troia, che protegge il figlio Ascanio, terrorizzato e che quella Roma, che Lei tanto ama, l’ha fondata. Noi siamo Virgilio che quella storia l’ha regalata al mondo. Noi siamo Gian Lorenzo Bernini che, ventiduenne, quel messaggio l’ha scolpito per l’eternità, nel marmo. Noi siamo nani, forse, ma seduti sulle spalle di quei giganti e di migliaia di altri giganti che la grande bellezza dell’Italia l’hanno messa a disposizione del mondo.
Lei, Mr. Johnson, è semplicemente uno che ci ha studiato. Non capendo e non imparando nulla, tuttavia.Take care”

Lo leggo e rispondo “speravo fosse un economista, l’ennesima conferma che il sistema accademico è una tragedia“. Mi rispondono “non hai capito il senso, a me è piaciuto molto“. Ne nasce una grande discussione senza capo né coda e molte arrabbiature.

Trovo che in un paragrafo di poche righe si condensi una narrazione secondo me molto pericolosa e che ho percepito molto potente e mi sono ricordata di quanti amici mettessero in guardia da in cosa potesse tramutarsi questo momento. Vi ho trovato una retorica pacchiana molto superflua che non va al sodo, pensando ai riferimenti antologici come Manzoni (che oh, mi rilessi quattro anni fa perché intero non l’avevo mai letto) e al tono enfatico che va beh, ma che evidentemente senza essere particolarmente affascinante si è resa addirittura virale e si può riassumere in un “Noi siamo diversi, siamo più colti e per questo ci occupiamo dei nostri anziani”. Questo pensiero si impernia su tre punti che non erano quelli su cui chi mi aveva mandato il messaggio si era soffermat*

  • il paradigma secondo cui a una istruzione umanistica debba corrispondere poi nelle persone per forza un carattere caritatevole o non so, ecumenico?
  • una contrapposizione dicotomica e semplicistica tra le radici romane (greche no, meglio di no, troppo complesso e profondo coinvolgere i greci, ti immagini? Elettra, Medea, Arianna…no no, il bistrattato buon Enea fa sempre comodo) e una diversa tradizione germanica?
  • un perpetrato nazionalismo anacronistico che fa della romanità italiana l’epicentro di una dichiarata superiorità morale?

Mi ha messo una grande tristezza vedere come non venisse percepito così ma anzi come qualcosa di giusto da dire nei confronti di un essere sgradevole come Boris Johnson. Ho pensato a come ci fossero mille modi diversi di riflettere su quello stesso argomento, persino via catena di Whatsapp. Ho pensato a come sarebbe stato importante riflettere sul senso di comunità, di trasmissione del ricordo, di cosa significhi assistenza sanitaria universale, a come questa trascenda da molto tempo la romanità. Il messaggio si concentrava su quella invece, ignorando anche altri casi di solidarietà tra generazioni propri della storia contemporanea (o del secolo XX) italiani, come l’alluvione del 1966 e l’esondazione dell’Arno, o altri momenti che la retorica del patriottismo italiano laico recente ha sfruttato, come ricorda Raimo nel suo libro.

E invece demagogicamente si era tornati a Enea, a una scissione potenziale tra chi è romano o meno, tra pericolosi discorsi su chi può dire di rappresentare e essere dentro quella romanità e chi no, tra le radici romane dell’Europa perché no, e chi ha appoggiato la Brexit…..

Mi sono anche ricordata che ho imparato l’inno italiano tardissimo, che mi insegnarono prima le parole di quello francese a circa 8 anni (anche perché nel mio libro di pezzi di violino del metodo Suzuki c’era la Marsigliese SANTOCIELO) e che mi senta sempre un po’ a disagio quando ci sono gli inni nazionali, in qualsiasi circostanza.

p.s: sembra essere che la lettera / messaggio sia stato scritto da Mauro Berruto, commissario tecnico della nazionale di pallavolo maschile. Sono una lamentona.

Foto: un muro spagnolo ai gusti nocciola, fragola e lampone. Spagna 2019

Le Marche, Palazzo Ducale a Urbino e l’invidia della Romagna

Vengo da una regione che nessuno conosce, che mi costringe alla perifrasi “all’altezza della Toscana ma dall’altra parte” oppure “davanti alla Croazia” per spiegare agli stranieri dove si trovi. Gli unici che l’hanno subito riconosciuta quando ho detto il nome sono stati belga o olandesi con membri della propria famiglia che avevano comprato casa nelle sue campagne. Qualcuno conosce Ancona, alcuni conoscono Gioacchino Rossini, qualcuno la Scavolini (anche in quel caso dipende, la maggior parte conosce la fu squadra di basket, altri la cucina più amata dagli Italiani), alcuni Urbino. Nessuno conosce le Marche.

Gli stranieri cui mi riferisco sono in genere trentenni, hanno lauree magistrali nei settori più diversi, nella stragrande maggioranza dei casi vivono in un paese che non è il loro e parlano almeno tre lingue correntemente (la propria, quella del paese in cui vivono e l’inglese). È chiaramente valido il viceversa da parte mia nei loro confronti e non è di certo la mancata centralità della geografia dell’Italia nella cultura generale degli europei il mio tema qua bensì chi si vuole invitare nelle Marche e per cosa.

Le Marche sono piccole, scomode da raggiungere dall’estero perché gli aeroporti con collegamenti low-cost più vicini sono quelli di Bologna e Roma (non penso nemmeno a Perugia) rispettivamente a due o tre ore di treno o auto minimo di distanza, ma molto graziose. Sono così graziose e economiche ancora che disgraziatamente la Lonely Planet le ha dichiarate meta fighetta per il 2020, subito dopo l’Uzbekistan. Questa nomination è stata accolta con immensa gioia da tanti marchigiani che hanno dimostrato un campanilismo represso e miope da far spavento: ignorando bellamente un’infinità di movimenti in favore di un turismo sostenibile diffusi in tutta Europa, tutti si sono rallegrati di questa notizia, essendosi visti riconoscere il potenziale turistico della zona e si sono affrettati a farsi selfie con la lonely planet della regione (hashtag ètuttovero, come sempre) e a ripetere il mantra tipico di chi si lamenta che suona qualcosa come “il nostro valore lo riconoscono prima gli stranieri che non i nostri amministratori, ecco!” etc. Tra l’altro mi ha incuriosito notare come tra questi entusiasti ho trovato anche tanti fu membri di Giovani Comunisti e Sinistra Giovanile diventati insensibili con l’età evidentemente all’idea del turismo usa&getta e i suoi problemi socio-economici ma tant’è. Forse l‘invidia della vicina Romagna che ufficialmente si disprezza sempre ma sotto sotto si continua a voler imitare con risultati inverosimili (v. qui) produce anche questi slanci di amore.

Si prevede e auspica quindi un’impennata di visite da parte di turisti stranieri nell’arco dei prossimi mesi di questo nuovo anno bisestile.

E Urbino, quindi, com’è messa, ad esempio?

Come ricordavo qualche settimana fa, quest’anno ci saranno una serie di eventi in concomitanza con il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio.

A dicembre durante le mie vacanze italiane approfittando del fatto che con il biglietto di accesso alla mostra Raffaello e gli amici di Urbino potevo entrare anche a vedere la Galleria Nazionale del Palazzo Ducale, mi sono fatta un bel giro anche al piano nobile, dove non entravo come ho già scritto da almeno vent’anni.

Il Palazzo Ducale di Urbino, che oltre ad essere uno spazio patrimoniale eccezionale in sé ripeto ospita una pinacoteca nazionale, è meraviglioso, o almeno lo sarebbe io credo, ma come visitatrice mi sono trovata in enorme difficoltà nel dover interpretare io sola spazio, opere e contesto.

I disagi di chi visita il palazzo secondo me sono dovuti a una serie di fattori che sarebbe bello e utile venissero presi in considerazione per delle migliorie alla museografia che trasformerebbero la visita da un passaggio casuale in degli spazi a una consapevole scopera di un bene culturale splendido

  1. L‘assenza di spiegazioni sulle opere stesse, sulle sale e il Palazzo e sulla selezione di opere esposte tanto nella collezione permanente quanto nella mostra temporanea
  2. L’incoerenza tipografica tra i diversi cartelli della collezione permanente, le saltuarie spiegazioni sulle sale, le rare indicazioni sulle opere, le donazioni della famiglia Volponi
  3. L‘assenza di una segnaletica adeguata sull’intero spazio di Palazzo Ducale che permetta al visitatore di capire dove si trovi in ogni momento della visita e dove si trovi l’uscita, tra le altre cose.

In generale ho trovato incredibilmente scomodo e sgradevole che ai visitatori non venga fornita nessuna mappa delle sale né della mostra né della collezione, non vi siano foglietti né indicazioni e allo stesso tempo purtroppo il personale è molto scarso, al punto che sia io che altri visitatori non riuscivamo neppure a recuperare l’uscita dal piano nobile, date le vaste dimensioni del palazzo e l’assoluta ignoranza della disposizione delle sale da parte nostra (senza conoscerla previamente non dovremmo entrare? dovremmo avere un miglior senso dell’orientamento? ditemi).

Allo stesso tempo è un peccato notare la mancanza di una spiegazione sulla costruzione e storia della collezione (smembrata, recuperata, riassegnata), sulla museografia e sulle opere stesse, sulla loro disposizione attuale all’interno dello spazio, un qualcosa che permetta al visitatore costruirsi un’idea, una seppur minima conoscenza dell’ambiente che sta scoprendo. Sono presenti alcuni pannelli supplementari ma sono iper irregolari e se non sbaglio gravemente, introducono (cerco di ricostruirle secondo il percorso che ho seguito e le mie annotazioni)

  • il Palazzetto della Jole, l’etimologia e storia dello spazio, l’araldica presente sulle porte
  • le fasi del restauro dell’Alcova del Duca Federico da Montefeltro
  • se non sbaglio gli affreschi rimossi da una chiesa e stranamente montati riproducendo delle vele nell’ultima stanza del palazzetto della Jole
  • le donazioni della famiglia Volponi
  • alcuni degli stucchi dei camini dell’appartamento dei Melaranci
  • le ipotesi sulla Flagellazione di Piero della Francesca
  • di certo “La Muta”, esposta nella mostra al piano terra nel momento della mia visita

Perché accade questo? Che scarsezza di fondi ha il museo? Che sovvenzioni ci sono per infrastrutture (non si tratta nemmeno di finanziare progetti di attività e diffusione, attenti!) per i musei nazionali in Italia? Perché la Galleria Nazionale delle Marche non ha una tipografia e una grafica uniforme, omogenea e illustrativa dei suoi spazi e delle sue collezioni? Perché nel leggere i pochi pannelli è così evidente che si tratta di una serie di interventi puntuali avvenuti uno dopo l’altro in modo incoerente? Si può migliorare? Sia per le visitatrici italiane marchigiane che per i forestieri che non parlano italiano, se davvero sono importanti come sembrano e il turismo oltre all’università è tutto ciò che ha Urbino?

Il discorso è anche qui, come sempre o quasi in fondo, chi si vuole o si desidera come pubblico dei musei, quando, e perché….

 

p.s: Non ho considerato in queste note la visita da parte di persone con disabilità né la visita alle altre sale del piano terra.

Foto: l’Italia da dopo il delta del Po in giù atterrando a Bologna, settembre 2019

The persistency of the genius

A few days ago Huawei presented their human edited artificially intelligence supported collection. Since then I have run into many conversations and debates on the topic, although after I intervened in one dominated by professionals and experts of that sector, I realized my view was considered too cynical, or that of a technology enthusiast and I stopped engaging further in other conversations. I haven’t had much luck in terms of variety, possibly, but the tone of the discussions I got to be involved in were permeated by fear. Ancient, atavic fear. Fear of losing jobs, fear of the machine in terms similar to those of the XIX century Luddist protesters, fear of being forced to learn and use tools and to acquire knowledge people did not want to or did not feel comfortable with…The background tone of this was that creativity and the unique genius behind it were going to disappear and be forgotten.
This brought me to a couple of considerations on things I tend to ignore

  1. The artistic field might have rephrased the obsolete notion of genius in the “arts” and its position in many areas (hi Benjamin, hi Bourdieu, hi any artist with her team, popping to my mind quickly are Tomás Saraceno or Olafur Eliasson because of their job-ads I often saw while living in Berlin and the people I knew raising spiders for Saraceno). This change though has not yet involved the mainstream notion of the expensive luxury world of fashion industry, (an oxymoron in itself, if the genius was connected to a unique sense of taste without even a social genesis), and this in spite of the fact that fashion houses have huge teams of designers designing, doing trend research etc. It is widely accepted for figurative artists to work with teams nowadays, having a skilled équipe of scientists, artisans, technicians producing part of the final product (something implemented in painting ever since anyway? considering late middle age as a good start, or sculpture in ancient European times), yet the idea of the genius dramatically persists in a way I would have no longer thought possible. Huawei did not do anything special but use a lovely and big database to produce an output. If you had the chance of working with technology this is the basis of everything. Like really. And there is nothing bad, except again in my view maybe the changes to the work flow of people.
  2. The claim that this is an INSULT to creativity and the premises of the death of “CREATIVITY” sound a bit ridiculous and pompous to me because in my, maybe radical view (?), creativity is long dead, intended in this very outdated romantic acception of a solitary work performed by exceptional minds. Having worked for years in translation and content creation without being a translator I have never been scared of the application of AI and MT to this field. It is my daily life and it is not a scandal anymore: I believe instead, it will give translators (or editors already?) even more authority than before in terms of adding a special touch to their content: that one will be the real localisation. I have checked the English version of the blog of two persons I really like and whose work I follow (www.lernen-wie-maschinen.ai/) and realized that their translations contain mistakes, since they are done with an MT that does not get -still- anacoluthon, subjects omissions and this sort of rhetoric expedients. I loved this. Why should it be an insult for fashion? How can this be seen as an insult instead of the complete opposite?
  3. The value of authenticity: Again, the opposition between the genius and the standard relies on the assumpted value of authenticity which cannot be attributed to an artificially (even though “edited” by human) product. My personal leit-motiv apparently, authenticity, identity, invention, tradition, emotions, memory. A personal greeting to Halbwachs, Benjamin, Laurajane Smith and everyone involved in this conversation 🙂 that I am not able to leave, apparently.

(In case, here Another reading on the topic from the Guardian)

Above: carnations filtering Southern light against the wall.

Thy lady of authenticity

The Paris cathedral of Notre-Dame burned partially about a month ago. Drama, tears, money, resentment etc. Everyone spoke about it or felt compelled to express sentiments about it or issued a statement.

The two most interesting readings on the topic according to my interests have been the one by Paul B. Preciado, as it enlightens some relevant aspects of how distorted can the proposed re-building be, and the philantropic US perspective I read on the New York Times, because my focus was somewhere else and it is always important to rememeber where the general focus is ($$$$$$$) or how completely divergent the perspective on the non-profit sector is from the a distant point of view, that of a country with substantially different cultural politics & social welfare state.

What called my attention at first was how mesmerizing it was for everyone in Paris: I myself could not stop looking for pictures of people staring at the flames and comparing them to medieval European paintings of suffering saints. I went to sleep over-excited thinking that it was the first time I had consciously assisted to the disappearing of a European landmark, I woke up to check if it had burned out entirely over night and a few days later a friend even wrote me she had dreamt of us living in a roof house on top of it. It was all very present.

A couple of days after this happened, a personal trip brought me to a yet unknown to me part of uninhabited Spain, the super beautiful and incredibly green montanous area between Castilla La Mancha, Aragón, Valencian community and Catalonia. We spoke about Notre-Dame while driving around, and the opinion of my family was “thankfully they are going to rebuild it”.

We visited, I believe, all the tiny and rare villages that the agricultural structure of the past centuries left on our route: we drove for kilometers through the countryside without seeing even an abandoned house (the opposite of the Italian landscape, where the division of lands created a pattern of little properties, and the human footprint is strong and evident everywhere. I am so not used to visually face empty spaces). I was with my parents, born in 1940 and 1954. They diligently trust tourist guides, and my father loves to be seen around with a book with the name of region he is visiting in his hands, trusting this will bring him in conversation with local people who will tell him stories, while at the same time being identified as a curious person discovering a new territory. Those 40 years between us are a personal endless source of inspiration, clearly. Anyway, many villages were marked as relevant in their guide, maybe empty, abandoned but with a historical center, or a castle and a monastery etc. As said, we stopped in ALL of them, and many were included in the route of the “nicest villages of Spain“. While I was rather interested in how wild and GREEN the nature around us was, my parents’ focus was on the monuments. Some they found interesting, peculiar, etc. but most they did not like because they were rebuilt. They lacked authenticity.

I asked them why Notre-Dame should be rebuilt instead, and in spite of this it would not lose its identity nor its symbolic meaning and consequent value but instead increase it, while these places could not experience similar paths or afford the same potential, but there was no rational answer. Better, brought to the evidence that one was socially and politically constructed and artificially made more important, they, who are not so blind not to see that it was a contradiction, could not dare to acknowledge the logics behind it or structuring any thought on the power of emotions and materials.
Having situated authenticity as a cultural construct, it is as if layers of authenticity can be simply wrapped around any object irrespective of its unique history and materiality. The argument that ‘visitors to archaeological sites or museums experience authenticity and aura in front of originals to exactly the same degree as they do in front of very good reproductions or copies – as long as they do not know them to be reproductions or copies’ (Holtorf 2005: 118) exemplifies the cultural constructivist stance. It is undoubtedly the case that replicas can acquire authentic qualities (Hall 2006; Holtorf and Schadla-Hall 1999; Holtorf 2005; Pye 2001), but the important question is how and why some become more powerful loci of authenticity than others. Furthermore, to what extent is their authenticity a product of their physical state and material substance? Sian Jones, “Negotiating Authentic Objects and Authentic Selves: Beyond the Deconstruction of Authenticity “

Picture: Valderrobres, Aragon, deepest Spain. April 2019