La mediazione accelerata al CCCC: le sensazioni

La modalità in cui si fanno le cose, qualsiasi cosa, ne definisce i contenuti, li modella, li esalta, li costringe, li limita o li favorisce. Niente di nuovo.

Perciò:

La trasposizione di una dinamica forzata e accelerata quale quella dell’hackathon funziona anche in un contesto in cui tutto è tendenzialmente lento come quello museale/espositivo? Meditativo, di lenta osservazione, di studio e pianificazione progettuale. Cosa comporta a chi di solito impiega settimane a definire i processi, a scegliere le parole da rivolgere a chi ha davanti, a chi studia ogni aspetto di ogni gesto, cosa cambia, se si fa tutto in un battibaleno? In altre parole: ha senso l’hackathon come modalità di creazione per accelerare i tempi di una pratica di mediazione artistica ? O meglio, questa modalità estremamente dinamica, che in 72 ore permetterebbe di creare degli interventi rapidi di mediazione culturale, cosa può generare? Come mi ci sono sentita io in mezzo?

Nell’inverno 2019/2020, pre pandemia, pre-chiusura e morte dell’anima di tutta la popolazione valenciana e morte fisica di gran parte, tra tante altre cose ho partecipato a una cosa un po’ particolare aperta al pubblico e organizzata dal CCCC centro del carme cultura contemporanea (centro espositivo regionale di arte contemporanea). Un Hackathon di mediazione artistica destinato agli iscritti e alle iscritte al Master di mediazione artistica Permea e a qualunque esterna interessata: soltanto io.

Coordinato da Christian Fernández Mirón e Beatriz Martínez (La Liminal) l’hackaton era pensato per avere a disposizione due giorni di preparazione e attuare la mediazione stessa il terzo giorno.

Per ragioni lavorative ho perso la prima mezza giornata in cui si è definito il concetto e si sono formati i gruppi, parte abbastanza importante dell’hackathon. Al mio arrivo mi trovo quattro gruppi già definiti e un concetto da cui si vuole partire: il centro espositivo come Casa e mi associo al gruppo più interessato all’idea dello spazio espositivo.

Ricordo distintintamente la sensazione di allegria che mi causa stare in uno spazio enorme e freddo ma intimo, seduti per terra, in piccoli gruppi, nello spazio interdetto ai visitatori, quello che nei musei così come nei teatri è immenso e le cui dimensioni si sottovalutano (mi viene in mente che solo negli archivi o le biblioteche è quasi ovvio che i depositi debbano essere più grandi dello spazio cui si ha accesso ma in genere non ci si pensa).

La solitudine del processo di studio e redazione della tesi dottorale mi aveva poi resa completamente dimentica di cosa volesse dire passare del tempo con estranei con cui potevo condividere degli interessi in uno spazio non accademico, non formale, non di convegno, o presentazioni. Incredibile, emozionante.

Eppure, la distanza c’era, eccome. Anagrafica in parte, ma anche di percorsi, e la forma, ovvero un grosso brainstorming collettivo e orizzontale, lo fa emergere e ne forza il risultato.

Ad esempio:

Una partecipante del mio gruppo riflette poi tra noi cinque sulla possibilità di coinvolgere gli assistenti di sala e gli addetti alla sicurezza e anche i lavoratori della biglietteria, tirando fuori il fatto che essendo quelli che più di tutti parlano con i visitatori e più a lungo stanno a contatto con le opere vanno coinvolti e che è assurdo e arcaico che non sia così, genera rabbia etc. Uno sfogo, uno sfogo enorme.. ma in un contesto del genere lo ricordo fuori luogo: non siamo al Prado ad una conferenza accademica di soli uomini barbuti che parlano delle cromie di Él Greco, siamo sedut* per terra confrontandoci su modalità alternative di mediazione con due persone straordinarie a farlo.. Ma Christian le dice, ma loro, lo sai se vorrebbero? E si apre una voragine/discussione…

Alcun* sono d’accordo, altr* dicono che è vero, sarebbe davvero nuovo farlo, e mi sento di intervenire, di difendere una infinità di pratiche diverse che già esistono, parlo di esperienze e studi che si occupano anche di questo (uno ad esempio), cito istituzioni enormi e privilegiate come la Tate che propongono esperienze di mediazione artistica lontanissime dalla visita accademica top>down ma vedo confusione, perché intorno a me ci sono storic* dell’arte o artist* e questo mi disorienta. Mi trovo a andare indietro, molto, a parlare di nuova museologia, di Nina Simon, del cambio radicale e progressivo avvenuto in area anglosassone tra anni 80 e 90, dell’imposizione del discorso museale, etc etc. mi rendo conto che sto parlando di cose che ho in parte letto una vita fa, alcune ormai sorpassate anche, ma che queste persone non le conoscono, che arrivano a punti simili a quelli della mia ricerca da percorsi completamente differenti. Che per me questo tema e la lettura di tutto ciò che lo riguarda è amore. La distanza tra di noi mi ricorda la delusione provata quando mi immatricolai alla magistrale a Madrid pensando di trovare gente interessata ai musei e trovai quasi solo noia. Christian però annuisce, cosa che mi rassicura ma aquel punto ho già smesso di parlare, abbastanza spaventata dalla dinamica gruppo, tutti studenti e studentesse dello stesso gruppo, meno me.

Che strano momento ripensandoci, tra le altre cose presagio strano della pandemia e del silenzio forzato, universale e inevitabile di qualche mese più tardi.

L’hackaton ad ogni modo procede….

Foto:il cortile del CCCC, un momento di confronto durante l’hackathon. (Sì, spesso a Valencia a dicembre ci sono 15 gradi e splende il sole).

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