Biennale 2017 – notes

It took me about 15 years to visit the Biennale Arte in Venezia, I am not sure how this happened, but so it is. VivaArteViva has been my first one. 
The immediate thought I had after entering the Arsenale is that yes, resonance and wonder are what lead my visits to exhibitions.

And wonder is what took over right after passing the first part of the Pavilion of the Common, when I faced Maria Lai and Lee Mingwei and their intertwined wowed narratives. To sew, to weave, to spin are activities that in a pretty simple way evocate collective (common) practices and therefore cultures (as collection of practices and knowledge). But the wonder is given by the works, not only the metaphor. While Maria Lai is represented through pictures of her performances, and among others with the mesmerizing works Geografia e Storia Universale, on the right Lee Mingwei is there in person collecting pieces of clothing brought by the visitors and talks with them about the stories of the clothes. Behind him two walls with bobbins and a fantastic net of spread nets. Sbam.

Then through the Pavilion of the Earth, where one of the few works I had already chosen as favourite beforehand was: Michel Blazy’s. Again, so easy in its message but yet so powerful in the realization. Interrupting the visit since it is in the middle of the hall, a showcase of rotten shoes transformed into flower pots is presented to your eyes. In the darkness of the Arsenale, the neon lights of this shop window invite the visitor to not only walk around the work (which is necessary, as it is an obstacle), but also to investigate closely the status of the plants (some were dead, by September) wondering how many other plants we are forcing into unnatural growth. Julian Charrière’s Future Fossils with its huge doric columns with mounted lithium is the perfect companion to Blazy.

Further on, in the Pavilion of Tradition, it has been Sopheap Pich who caught my eye: the striking contrast between his slow, analogic and traditional method of production (rolling and pressing a stick of bamboo colored with natural pigment on watercolour paper) and the graphic result of the work, a digital representation of sound. Brilliant.

I loved playing in the Pavilion of Time and Infinity with the works of Liu Jianhua and Alicja Kwade, because they complemented themselves so well, occupying the whole surface of the last space of the Arsenale in the darkness with the fluidity of porcelain of Jianhua crystallized in big golden drops forever mirrored and replicated by Kwade’s installation.  

From the Giardini, I only take a few impressions with me, and Taus Makhacheva’s Tightrope. Museums politics and their always intentional choices about what to display and when to do it, forgotten art in museums storages are the topic but it is a dance: in the artist’s video several artworks are moved from one peak to another on a rope, an action that can be only performed by those who can really dare to defeat real or metaphoric borders and dangers: tightrope walkers.

Iconographic references of almost all above mentioned works and a few more here and here. All pictures are mine, ça va sans dire.

Start up e balle spaziali

Il disgraziato video della filiale di non ricordo dove di Intesa San Paolo ha scatenato così tante reazioni da aver raggiunto anche me, che di solito sono indifferente a tutto quello che succede in matria.

Ho letto diverse riflessioni su un mucchio di temi legati al video, dal bullismo online a analisi sulla prassi aziendale e comunicativa che sarebbe bene avere e così via… Io ne ho estratto che molti ritengono che quest’azienda così terribile e miope da incitare i propri dipendenti a fare una cosa del genere (…) sia per forza:
un’azienda con una gerarchia forte, con una struttura verticale e autoritaria, che manca di autoironia e semplicità, come è giusto che invece al giorno d’oggi le grandi aziende siano. Come grazie a dio ora sarebbero le narrazioni delle aziende internazionali più attraenti.

Mai così distante mi è sembrata l’Italia dal punto di vista lavorativo.

Qualche settimana fa ho avuto un colloquio in una micro ditta tedesca che sviluppa e vende ai musei un software per gestire le visite. Al colloquio ero più preparata* io che le persone che mi intervistavano. Dovevo capirlo, del resto l’annuncio di lavoro era davvero informale e orizzontale, cominciando dal fatto che dava del tu al lettore, un No-go in Germania. 

Il colloquio procede a rilento, con loro che non sanno chi debba raccontare cosa, tanto meno chiedere, a un certo punto uno dei tre (tre) prende persino in giro un altro dicendogli “ah ma non ti sei preparato bene?!” e mi guarda con aria complice ma io non rido perché in queste cazzo di Startup Berlinesi ci ho lavorato per anni e cose di questo tipo le odio tanto quanto la ClubMate nel frigo venduta come un “advantage”.

Comunque alla fine di questo colloquio imbarazzante per tutti i presenti, in cui capisco che non avrei mai potuto lavorare con loro, il CEO e founder mi dice “ti faremo sapere alla fine della prossima settimana, e se passi la prima selezione, ti inviteremo alla nostra colazione del venerdì con tutto il team, perché io voglio che si decida insieme chi viene assunto”.
Non ho idea di che faccia possa aver fatto a sentire questa stronzata e vorrei che tutti si rendessero conto del perché questa sia una cazzata.
Questo, ragazzi, fa schifo per un sacco di motivi, non so se lo vediate subito, voi che l’azienda che si comporta come una famiglia è bella e tutte quelle menate là e l’informalità delle Start Up e “Ma all’estero..”:

  1. io apprezzerei che tu CEO & Founder ti assumessi la responsabilità della tua scelta
  2. io vorrei che tu CEO & Founder mi difendessi e mi rappresentassi un giorno se ce ne sarà mai bisogno, non che dicessi “ah, ma ci siamo sbagliati tutti” e rimettessi la colpa a tutti gli altri
  3. io dimostrerò al resto del team quanto valgo sia per la mia personalità e per le mie competenze con il tempo o facendo una prova, non davanti a un caffé ed il cazzo di Streuselkuchen vegano fatto dalla compagna del developer
  4. davvero? sarà fattibile quando si è in cinque, massimo, ma poi cos’è, democrazia diretta grillina? Puah
  5. vuoi condividere la responsabilità del recruiting ma le revenues le tieni te? hahahaha. Siamo tutti una grande famiglia e abbiamo shared values e la gerarchia è super orizzontale fino al 27 del mese, o fino al prossimo standup meeting.

Io sono arrivata a credere moltissimo nella divisione delle mansioni e delle responsabilità, così come credo nelle gerarchie in buona parte. E soprattutto pretendo che il mio capo, o team lead o chi per lui, mi rispetti, e, ancor più se mi ha assunta, che mi difenda davanti agli altri e abbia il coraggio di dire “questa è la nuova persona nel team, sa fare un sacco di cose ed è una gran figa e l’ho scelta per questo”.

L’idea di azienda-famiglia praticata davvero è una baggianata, secondo me. O c’è la completa, assoluta, insindacabile trasparenza salariale, oppure non c’è e basta. E non va perseguita né lodata.

 

Foto: È ARTE, Kantstrasse, Berlino, Ottobre 2017

 

*curiosa nei loro confronti e del loro progetto, professionale nel rispondere, e non in tailleur ma neanche in pigiama, mentre loro si stavano leggendo il mio CV sul momento, avevano un laptop acceso davanti e uno di loro indossava delle CIABATTE da casa – e no, non fa ridere dire “son tedeschi”. Cazzo.

 

Non dimostrare la propria età

C’è questa cosa importante del dimostrare o meno la propria età cui penso da anni, dato che non brillo per la mia altezza e sono ben più bassa dei miei genitori, e se si dovesse prendere me come esempio per valutare come le prossime generazioni si svilupperanno, nell’arco di cinque saranno tutti alti un palmo meno di un metro.
Traslocare a Berlino da questo punto di vista ha significato toccare con mano il fondo. Dal non arrivare a vedere cosa lo schermo del bancomat mi dicesse, all’ovvio ricevere gomitate in faccia sui mezzi di trasporto. Le situazioni più sgradevoli qui però le ho sempre vissute in contesti semi ufficiali, e quando un paio di giorni fa Enrica ha parlato in una diretta di Instagram di un episodio simile che le era capitato (in Italia), ho iniziato a pensarci di nuovo e mi ha dato sempre più fastidio..

 

Mentre essere alta come i ragazzini di prima media è una cosa con cui faccio i conti da quando ho smesso di crescere fisicamente, il non esser presa sul serio dove mi aspetto che lo si faccia, credo che nel mio caso (e forse nel caso di diverse donne italiane basse) sia dovuto a un misto tra l’aspetto esteriore e il modo in cui sempre ci poniamo, indipendentemente poi dal genere.

Se penso ad un aggettivo inglese per descrivere il modo di porsi dei tedeschi è “assertive”, che è quel misto di sicurezza, determinazione e a volte arroganza che portò anni fa un mio semiamico a definirsi SOCIOLOGO solo perché studiava Sociologia. Creai seduta stante una pagina di Wikipedia con il suo nome e cognome, credo di averne uno screenshot. Questa serena spavalderia è la cosa più distante da come noi italiani ci poniamo nei confronti del lavoro, dello studio e dell’esistenza – ovvero, sempre pronti a dubitare di noi e degli altri.

Del resto in tedesco (come anche in spagnolo) il verbo credere può reggere il tempo INDICATIVO e non è soggetto all’uso del congiuntivo per giustificare la parzialità del pensiero espresso*.  Ich glaube, es ist so. Ma cosa vuoi credere te?!

L’episodio più sgradevole che mi sia successo di recente è di tre settimane fa, ad un corso di InDesign.  Un crucco massiccio di 1,90m che era il mio prof (anche lui fatto per sfatare ogni cliché, con la sua uniforme berlinese dei primi duemila con anfibi con 25°C, tshirt & jeans neri per l’intera settimana, occhiali come Cutler) mi disse che avrei ricevuto un biscotto se l’esercizio che gli chiedevo di controllare proiettandolo in classe davanti a tutti fosse stato fatto bene. Un biscotto. Son rimasta così male che lì per lì ci ho riso ma poi ho smesso e lo racconterò a vita**.

Mi ero espressa io chiedendo con troppe moine per i loro standard se per favore potesse gentilmente controllare il mio esercizio, perché il risultato sembrava giusto però ecco mi sa che mi ero incasinata coi livelli e avevo la sensazione che qualcosa non andasse? Avevo messo troppi per favore? Sì, di sicuro. Perché ero una delle più grandi*** in aula ma lui non lo sapeva e il mio aspetto e il modo di parlare non lo dicevano forte abbastanza e lui mi trattava di conseguenza. Gli ho anche dato del Lei all’inizio del corso (standard tedesco) poi mi sono adattata a quello che aveva fatto un altro corsista, ben più grande di me, dandogli del tu e basta.

 

La cosa che più mi cruccia di tutto questo è rendermi conto di quello che faccio io. Dei tedeschi non me ne frega assolutamente niente, ma mi chiedo solo se io ho mai trattato le persone nello stesso modo, non per l’età che dimostrano, ma per il modo in cui si pongono. Se ci penso bene le persone a me più care sono in fondo delle gran fricchettone (ciao Nico! Ciao Gloria! Ciao Nikos! Ciao Vale!), o persone che danno all’aspetto esteriore il giusto peso o nessun peso. Prego di non averlo mai fatto e non farlo mai, e continuare a poter stare in contesti che mi permettano di dare al contenuto sempre più importanza che al contenitore****.

 

Pic: sedie dismesse nel cortile della mia scuola media, Pesaro, settembre 2017.

 

*Splendido per me è che in spagnolo “credere che” regge l’indicativo mentre il “NON credere che” regge il congiuntivo. Avanti con le speculazioni, mie prodi.

** siccome certe cose me le lego poco al dito FYI questo è il prof: sinissey.de/

 

***su nove corsisti sei erano studenti universitari, di cui uno, il mio vicino, ha passato il tempo su facebook (che disagio) e anche se all’inizio ci eravamo presentati raccontando qualcosa su di noi, nessuno aveva detto l’età, il che lo avrà portato a pensare che avessi 20 anni e fossi una studentessa erasmus.

 

****questo può sembrare faccia a pugni con la mia tendenza a ricercare un’estetica delle cose e delle persone, ma invece quest’attitudine secondo me non cozza con come sarebbe bello porsi nei confronti del prossimo.