Chi è il pubblico della cultura qui?

C’è una questione che non mi spiego ancora e di cui mi sto accorgendo lentamente e mi cruccia assai, mentre mi ambiento al sud.

Ho vissuto per diversi anni in Germania, in cui vige un sistema di gestione della cultura che in gergo tecnico viene definito europeo continentale e che principalmente consiste nel mantenere titolarità e gestione dell’ampia maggioranza delle istituzioni culturali in mano pubblica. Sul fronte pratico, a me cittadino viene offerta una serie di servizi e di possibilità di cui posso godere in cambio di contributi economici di diversa entità via tasse o spesso contributi diretti (tipo, i biglietti di ingresso). L’apporto del cittadino è relativamente basso, ad esempio il costo previsto per l’utenza delle biblioteche comunali berlinesi è di 10€ annuali, una conferenza può costare circa 6€ ma un abbonamento a Transmediale ne costa 90€, un concerto a un festival come Maerz Musik (una figata, va da sé) può costare anche 20€. Attenzione, le tre cose che ho citato non sono equivalenti: Transmediale è organizzata (e finanziata in buona parte) da un entità nazionale, ovvero la cosa più simile a un Ministero della Cultura che esista in Germania, dove la cultura grazie al Nazionalsocialismo non è di competenza nazionale; le biblioteche sono appunto comunali e Maerz Musik è organizzato da Berliner Festspiele un progetto della KBB, ovvero una società a responsabilità limitata che co-gestisce anche la Haus der Kulturen der Welt, organizzatrice di Transmediale e della Berlinale. Un casino? Sì, spesso e praticamente ovunque, il settore pubblico partecipa in forme diverse in società private con cui co-controlla, gestisce e finanzia le sue stesse creature.

Durante i sei anni e rotti che ho passato a Berlino ho rimpianto moooolto il fatto di non poter andare a conferenze senza pagare un biglietto, di dover pagare per prendere libri in prestito ecc. Non solo, mi stupiva moltissimo che non fossero così presenti fondazioni di assicurazioni o banche che contribuissero alla vivacità culturale della città a titolo gratuito, e che persino la libreria di quartiere chiedesse un contributo spesso intorno ai 5€ (!!) per assistere alle presentazioni dei libri. Ma mi sono abituata in fretta: come? Riducendo subito quello per cui ero disposta a spendere e godendomi un’offerta culturale splendida (non la rimpiango affatto, oh no….). Da non sottovalutare naturalmente è il sistema assistenzialista tedesco per cui tutti i prezzi che ho citato sono previsti per chi non gode di sussidi o aiuti.

Trasferitami al sud e non in una capitale, e avendo ripreso a studiare politica culturale dopo qualche anno di pausa, ho iniziato a rivedere un attimo il mio entusiasmo di anni prima.

Ricominciare a studiare questi temi e avendo in mente me come cittadino che ne gode con un budget è davvero illuminante.

Dopo qualche mese qua sto notando delle dinamiche che non mi piacciono, anzi mi turbano anche parecchio. Prendo ad esempio il mio ultimo weekend a titolo esemplificativo di quello che sto osservando.
L’altro ieri sono andata a teatro (teatro di titolarità regionale) e il mio biglietto costava 10€, quasi loggione, il teatro era pieno per meno di metà; sabato sera sono andata a uno spettacolo di danza contemporanea in un posto meraviglioso (con una web orrenda) di cui di più in un altro momento e l’ingresso era gratuito perché era finanziato da una fondazione privata, e oggi sono andata a vedere un film che avevo perso alla Berlinale dell’anno scorso nella cornice di un festival di cinema & diritti umani e quando ho fatto per pagare il tizio alla cassa mi ha detto “se mi vuoi pagare a me non c’è problema ma è gratis”.

Fantastico, a costo 10€ ho riempito il mio fine settimana di eventi che mi hanno fatto sentire parte di un universo simbolico, mi hanno dato la possibilità di riflettere su temi di attualità, mi hanno inserita nel contesto della mia nuova città e blablablabla. Le mille ragioni pratiche e astratte per cui la “cultura” è finanziata.

Dov’è il mio problema?

  1. Il pubblico degli eventi
  2. la sostenibilità di questo sistema

Il pubblico degli eventi era in stragrande maggioranza over 60. Donne, in ghingheri per l’evento, come è normale che sia al sud.
Di nuovo, dov’è il problema? Dove sono i miei coetanei, o anche quelli ancora più giovani di me che di sicuro non hanno molti soldi? Senza essere reazionari mi chiedo, che tipo di abitudini hanno? me lo aveva fatto notare un’amica di qua che alla filmoteca dove il biglietto mi pare costi 3€ per gli studenti o forse 2€ non va nessuno, ma proprio nessuno.

Perché non sfruttano un’opportunità gratis? Come mai?

La seconda domanda ha tutt’un altro aspetto ed è: come può essere sostenibile questo sistema? Le biblioteche qua son chiuse il sabato, del t u t t o. Sarei disposta io a pagare 10€ all’anno per vedere aumentati i servizi di apertura al pubblico, anche se il mio stipendio è di un terzo (un terzo, cazzo) più basso che in Germania? Sì. Sarebbe uno stravolgimento di mentalità per qui? Assolutamente. (sarò mai contenta da qualche parte? Boh).

Come si arriva a portare a termine un cambio di frame nella gestione di politica culturale di un paese? Ho due esempi splendidi di gestione a portata di mano su cui pensare e non ci faccio niente? Manco morta.

P.s.: la mia infatuazione platonica dell’inverno, dopo quella estiva per Clive Gray, Nicolás Barbieri

Foto: Valencia, gennaio 2018.

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