Clichés grandi come Appenzeller

Ho pensato per anni che la Svizzera fosse un gran posto dove poter vivere per un po’ di tempo, il compromesso giusto, ricchi sfondi ma neutrali sulla carta, dove si parla tedesco ma anche italiano. Ma non avevo mai avuto modo di metterci piede. Poi ho avuto culo, spostandomi dalla Germania: per lavoro ho passato tre settimane a Zurigo, tra novembre e dicembre.

Che sarebbe stato straniante lo immaginavo, solo non ne avevo chiara la portata. Mi ha sconvolto tutto, parlare in tedesco 24 ore al giorno, trovare la Coop, poter comprare il panettone al Kg, trovare le mie cose crucche preferite, tipo il tè Alnatura o i detersivi Bio a prezzi più economici che in Spagna. E la neve, il freddo, l’aria gelata senza umidità che ti sveglia la mattina quando vai al lavoro. Le montagne intorno a Zurigo, i laghi grigi. Gli abeti, l’odore di formaggio, le luci di Natale. LA GRAFICA DEI MANIFESTI DI QUALSIASI COSA (una raccolta di riferimenti sotto). Tutto, ma proprio tutto.

Non è facile da spiegare, se non la hai mai avuta in testa o percepita, la sensazione di gratitudine che ti avvolge quando all’improvviso inizi a vedere l’ambiente in cui vivi in modo positivo o quanto meno neutrale, o inizi a cercare di ignorare quello che va male o ti potrebbe turbare.
Questo processo ha avuto un sacco a che fare con passare tempo da sola, nel mio caso. Me ne son resa conto verso maggio. A maggio a Berlino ha piovuto sempre, ma proprio sempre, e faceva un freddo cane. E tutti si lamentavano. A me semplicemente lasciava indifferente. Perché cosa potevo fare, tornare a casa e dirlo al mio gatto? Me ne sono resa conto dopo qualche settimana che il punto era che non me ne fregava niente del tempo, che volevo concentrare le mie energie su altro.

Di energie ne ho avute pochissime l’inverno scorso, e ho imparato a concentrarle solo sulle cose e le persone che hanno priorità. Forse è egoismo, non lo so. Ho raffinato e alzato le mie aspettative, ma le ho anche aperte da morire. E se mi ha sconvolto e fatta allontanare di corsa da sé N. quando a giugno mi disse che frequentava solo persone che lo motivassero dal punto di vista intellettuale, nell’arco di tre mesi ero arrivata alla sua stessa conclusione.

E quindi sulla scia dello stare da soli e fare quello che è importante non solo ho cercato di studiare stando qua a Zurigo, ma ho anche chiuso un cerchio. Sono andata alla Fondation Beyeler da sola (obv.) e ci ho passato tre ore esaminadola e studiando me, una cosa semi spirituale per arrivare a una conclusione molto concreta.

La Fondation Beyeler è un museo di arte contemporanea privato nato dalla collezione dei coniugi Beyeler. Lui era un mercante d’arte e ha messo in piedi una collezione ottima di classici di arte moderna iniziata un po’ per caso (gli capitò all’inizio della carriera di comprare, o ricevere quasi in regalo neanche ricordo più bene, una serie di Klee). Il museo è stato inaugurato nel 1997 in un edificio di Renzo Piano con risvolti White Cube e una vetrata sulla campagna al confine franco-svizzero. Da giovane ci persi la testa. Ma proprio. Mi sembrava il luogo perfetto dove trovare la pace dei sensi: un museo piccolo, con delle opere eccezionali, dove il fondatore andava al lavoro in bicicletta, fuori dal mondo. Poi, complice l’inverno scorso, bam! Mi son resa conto di quanto fosse puro compiacimento, di quanto non ci fosse nulla di vero in quella storia che mi ero raccontata per anni. Di quanto vedere Rothko dal vero non mi dicesse più niente, e abbassare (sempre di meno..) l’età media dei visitatori di un museo di arte moderna e contemporanea non mi interessi minimamente più.

Mi ha stordito e nauseato l’astrazione dei sentimenti di quelle forme figurative. La tendenza verso l’assoluto che mi affascinava a vent’anni ha finito per essere stucchevole e fuori luogo. Ho voglia di saperne di più e solo di cose limitate. Di urbanistica, di sociologia, di spostamenti e migrazioni, di scienze naturali, di geologia e botanica.

Tornata quest’estate da un lungo viaggio avevo questa stronza ambizione di parlare solo con chi venisse dal Centro o Sud-America, chi lavorasse a progetti di arte o chi fosse completamente pazzo. Probabilmente grazie a questo è stata l’estate più piena della mia vita, non ho smesso mai di curiosare, chiedere e imparare. Anche se mi è un po’ passata la fissa arrogante, non mi è passata la voglia. Per la stessa ragione, non ho voglia io di raccontare baggianate a chiunque. Vediamo di darci a vicenda opinioni o studi interessanti. Altrimenti, cosa dirsi a fare che il tempo fa schifo, se non ne studiamo il perché?

La mia lettura bisettimanale: Medusa

Grafica Suisse:

Teatro di Basilea

Musem für Gestaltung

E la bibbia: http://100-beste-plakate.de/

Foto:un’ortensia surgelata, Zurigo, dicembre 2017.

post scriptum vero, cioè post pubblicazione: questo post era in bozza dall’undici dicembre perché non avevo mai aggiunto le foto. Stamattina mi è arrivata questa Newsletter di Ivan, che è una delle pochissime persone che io ho conosciuto grazie all’Internet. Provo una stima e un affetto per lui che trovo difficili spiegare e di nuovo mi meraviglio di come sia splendido vedere come si arrivi spesso a conclusioni simili a distanza.

One Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...